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Roma, 11 dic – Non c’è limite alla creatività dei clandestini quando si tratta di trovare modi per oltrepassare i confini e riversarsi in casa nostra. La lista delle trovate più o meno geniali è lunga e punteggia costantemente le cronache: si va, molto banalmente dalle marce/escursioni attraverso i boschi per passare i confini di Bosnia, Croazia e Slovenia, ai tunisini sotto le mentite spoglie di turisti francesi in viaggio sugli autobus verso Zagabria; qualche temerario si è persino fatto sigillare dentro una cassa di legno rischiando la morte per asfissia. L’ultima invenzione adottata dagli immigrati per varcare i nostri confini, come riporta Il Giornale, è stata spacciarsi per ciclisti, in marcia per motivi di beneficienza, muniti persino di quattro magliette benefiche di una diocesi lombarda che – chissà come – sono finite addosso ai nostri prodi provenienti dall’est Europa. Sarebbe molto interessante capire come i quattro sono riusciti a procurarsele…

Ciclisti benefattori

La vicenda risale al primo settembre, ma la polizia l’ha resa nota solo ora. I 4 clandestini sono stati fermati dagli agenti a nord ovest di Osijek, nella parte orientale della Croazia. Si tratta di un afghano e tre iraniani che a bordo di altrettante mountain bike avevano oltrepassato il confine della Serbia e si erano venduti come “ciclisti impegnati nel percorrere un tragitto a scopo benefico”. A tal proposito indossavano la maglietta con impresso il logo di Bellastoria, un progetto delle diocesi lombarde impegnato sul fronte dei campi estivi. Il travestimento non ha però ingannato l’occhio degli agenti croati, che li hanno immediatamente scoperti e fermati.

Nove nella cassa

Risale a giovedì scorso la notizia di nove immigrati rinchiusi in una cassa di legno per il trasporto di macchinari, a bordo di un furgone con targa polacca. «La cassa era sigillata con delle viti, ma abbiamo sentito le voci della gente chiusa dentro» ha raccontato un agente a Il Giornale. Quando le forze dell’ordine hanno tolto il coperchio, sono comparsi sette iraniani – di cui due donne con quattro minori – e due iracheni. 

Cristina Gauri

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