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Roma, 4 mar – Meglio la recessione che diventare il lazzaretto d’Europa e contare centinaia di migliaia di morti. Per il sociologo Luca Ricolfi, intervistato da Italia Oggi, non ci sono dubbi: “Se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una semplice recessione, più o meno come nel 2008. Se invece ci intestardiamo a far ripartire l’economia subito, e questo anziché frenare il virus aiuta la sua circolazione, potrebbe essere la catastrofe. Che a quel punto non si misura sui punti di Pil perduti ma, come in guerra, sul numero di morti”. Un numero che Ricolfi stima intorno alle 2-300mila vittime se l’Italia non decide di fermarsi per almeno due mesi.

Una previsione choc, che il sociologo e professore di Analisi all’Università di Torino spiega così: “Il calcolo si basa su due parametri, uno (relativamente) noto e l’altro ipotetico. Il parametro noto è che, su 100 infetti, ne muoiono 2 o 3. Questo dato, da solo, ci dice che, ove avessimo 8 milioni di infetti (come in una comune influenza), il numero di morti sarebbe compreso fra 160 e 240 mila. Il parametro ipotetico è invece il tasso di propagazione del coronavirus, che dipende da tanti fattori e al momento non è noto, ma a mio parere è nettamente superiore a 2 o a 2.5 contagiati per ogni infettato“.

E non manca di attaccare la – lacunosa e approssimativa a dir poco – gestione giallofucsia dell’emergenza, facendo sponda alle tesi sostenute dal virologo Burioni: “Se anziché straparlare di numero eccessivo di tamponi il governo avesse seguito il saggio consiglio del virologo Roberto Burioni di moltiplicarli, prevedendoli per chiunque abbia anche solo 37 gradi e mezzo di febbre, oggi la progressione del contagio sarebbe sensibilmente più lenta, e avremmo qualche speranza di fermarlo”.

Perché vi è una grande forbice tra il numero di casi registrati a nord rispetto a quelli del sud?  “Penso che l’esplosione dei contagi al Nord sia dovuta a due fattori distinti. Il primo è il caso, ossia che il Nord abbia avuto un paziente ultra-capace di infettare, che da solo ha dato luogo a una catena di contagi molto vasta, favorita dai protocolli seguiti nell’ospedale di Codogno, che per quel che ne so erano quelli vigenti, anche se inadeguati”. Vi è poi un secondo fattore: “Sono tutte del Nord le regioni più produttive e internazionalizzate del Paese, ossia Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Io ho fatto calcoli separati per la propagazione al Nord e al Sud e, allo stato attuale dell’informazione disponibile mi risulta che la velocità di propagazione sia analoga”.

Cristina Gauri

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