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Roma, 10 mar – Le ultime misure restrittive, disposte dal governo, registrano, nel Paese, uno stato di insofferenza collettivo, verso tali disposizioni, che dipendono non solo da disfunzioni di natura politica e giuridica proprie del “sistema Italia”, ma anche da motivazioni più generali di natura culturale. Infatti, dopo anni e anni di “diseducazione” individuale e collettiva, pubblica e privata, al rispetto di qualsivoglia dovere giuridico e sociale a fare o non fare alcunché, nel superiore interesse della Nazione, la limitazione – seppur emergenziale – delle intangibili libertà individuali costituzionalmente garantite, appare inaccettabile, anche se disposta in nome di un interesse superiore al singolo individuo e per un periodo di tempo limitato.



Nella società globalizzata prevale l’individualismo

D’altronde, da anni gli italiani hanno introiettato – nella loro coscienza individuale e collettiva – una concezione edonistica della realtà frutto, anch’essa, della società globalizzata, fondata sull’esaltazione di modelli comportamentali individualistici e materialistici – spesso malsani – e di cui, proprio in occasioni gravi come questa, si percepiscono gli effetti deflagranti. In un sistema nazionale dove, da anni, sono stati ridicolizzati concetti come autorità, responsabilità, gerarchia, senso dell’onore e dell’amore patrio, disciplina, subordinazione dell’interesse particolare a quello collettivo, non ci si deve meravigliare se poi – anche in situazioni di emergenza sanitaria grave – prevale l’egoismo. Era tutto prevedibile, in un sistema-Paese dove l’emergenza ha, ormai, acquisito il carattere dell’ordinarietà, della normalità, e non solo in ambito igienico-sanitario, e in cui anche la scuola – istituzione formativa del futuro cittadino – ha dimenticato, come la Storia insegna, che le grandi comunità politiche sono sopravvissute anche alle sfide più gravi proprio applicando quei principi oggetto, da anni, di costante ridicolizzazione, perché percepiti dai “novelli pedagogisti” come “autoritari” e “diseducativi”.

Le “zone protette”

In questo sfascio generale appare ovvio che affidarsi unicamente alla coscienza dei singoli, al loro “senso del dovere”, per l’applicazione delle misure emergenziali,  abdicando a priori ad ogni forma di coercizione pubblica, è alquanto chimerico, se non “infantile”. Lex publica suprema lex! Questo è l’imperativo che, oggi, dovrebbe guidare il popolo italiano, in un frangente tanto penoso e difficile. Inoltre, ci si consenta un’ultima osservazione. Ormai, il lessico “politicamente corretto” ha imposto la sua prassi conformista anche nell’ambito del linguaggio igienico-sanitario e, infatti, le zone sottoposte alla ben nota “quarantena” sono state prontamente denominate “zone protette”. Forse, la penisola è diventata una sorta di oasi, ospitante “specie protette” come aironi, leoni, rinoceronti e ghepardi? Forse l’Italia è a rischio estinzione? Forse lo è, ma non certamente a causa del coronavirus, ma del crollo verticale dell’economia, della natalità e a causa dell’immigrazione incontrollata. Le disposizioni prese dall’esecutivo, pur nella loro gravità emergenziale e difficoltà applicative dimostrano, al di là di ogni dubbio, che “volere è potere” e che, quindi, se il governo nazionale vuole, può adottare misure severe che assicurino maggiore disciplina e controllo nella circolazione interna ed esterna delle persone.

Maria Teresa Baione
Medico Pediatra



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