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Roma, 9 ott – A cinquant’anni dalla morte – avvenuta il 9 ottobre 1967, a La Higuera, in Bolivia – Ernesto Guevara viene oggi celebrato un po’ come se fosse lo zio pazzoide di una rispettabile famiglia borghese: trattato con affetto bonario e paternalistico, se ne biasima l’idealismo adolescenziale, preoccupandosi al contempo per l’effetto malsano che può avere sui nipotini. I giornaloni borghesi, oggi, sono pieni di articoli di commemorazione, in cui si avverte il sottofondo agrodolce del rimpianto e della nostalgia di quando i loro autori erano giovani e comunisti. Oggi, che hanno messo l’individuo borghese al centro delle proprie preoccupazioni, che acclamano lo schiavismo padronale pudicamente chiamato “accoglienza” e che si ritroveranno, da qui a poco, a votare l’iperliberista Bonino, ricordano il Che illudendosi di ricordare un pezzo di loro stessi, anche se in realtà loro nella giungla non ci sono mai stati. I loro figli, piccoli borghesi pure loro, anche la maglietta del Che come potrebbero portare quella della Nike.



La borghesia progressista, quindi, parla in queste ore di Che Guevara parlando in realtà di se stessa. È del resto curioso come queste celebrazioni romanticheggianti, che si uniscono alle serene e distaccate ricostruzioni della Rivoluzione d’Ottobre nel suo centenario, vedano la luce in un’epoca che sta vivendo un neo-antifascismo di ritorno: dalla legge Fiano al recente delirio del New Yorker sui monumenti fascisti in Italia. Il nostro mondo, quello del trionfo del capitalismo globalizzato, guarda oggi al comunismo con un occhio complice, come se fosse stato un globalismo pensato troppo di fretta. Lo zio pazzoide, appunto, o un cugino scemo, ma comunque sempre uno di famiglia, la pecora nera, o rossa, ma pure sempre con un posto nell’album di famiglia. E invece il fascismo continua a far paura, fa sempre più paura, viene sempre più ritenuto incompatibile con il pensiero dominante, viene sempre più avvertito come irriducibile a ciò che oggi, ubiquitariamente, domina. Anche se non c’è più, viene continuamente evocato come il Totalmente Altro, l’opposizione più assoluta e radicale al sistema di valori vigente (evocazione che del resto serve per legittimare proprio tale costellazione valoriale).

E noi, invece? Noi e Che Guevara, intendo. È possibile ricordarne la figura con equilibrio e rispetto, senza gli entusiasmi ingenui di chi vorrebbe arruolarlo post mortem a una causa che mai scelse e mai avrebbe scelto, ma anche senza i rancori sbirreschi e qualunquisti da sottosegretario di Forza Italia? Probabilmente è possibile, ma è anche inutile, perché da tempo si è smarrita la lucidità che permette operazioni del genere, quindi, di fatto, il chiacchiericcio social avrà comunque la meglio e fagociterà comunque tutto, con le sue forzature, i suoi fraintendimenti e i suoi isterismi. È probabilmente possibile parlare di Che Guevara in un’altra maniera, senza esserne tifosi o haters, il punto è che di fatto non serve. Non più. Non oggi.

Adriano Scianca

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6 Commenti

  1. fondamentalmente Che guevara era un “fascistone” applicando le categorie di pensiero attualmente ricorrenti in Italia che non a caso si innestava nella dittatura quella di Castro;
    essere “ahhh antifa ahhh” ed inneggiare a Cuba può essere particolarmente spiazzante quando alla fine apprendi anche dei tre giorni di lutto nazionale lì proclamati alla morte di un altro “fascistone”: il Generalisimo Francisco Franco.

  2. Il Fascismo fa ancora paura perché rappresenta meglio di chiunque le istanze dello Stato Nazionale.
    Lo Stato Nazionale rimane l’unico modello che ha saputo creare le condizioni per il benessere del più alto numero di persone possibile. Un benessere che non era solo materiale.
    Comunismo e capitalismo sono le due facce della stessa medaglia; ideologie figlie dell’ illuminismo, con una visione esclusivamente materiale della realtà.
    Il Fascismo fa paura perché i suoi valori sono ancora tremendamente attuali.

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