Roma, 31 ott – Poco più di una gita turistica per vedere le bellezze di Roma, dall’Eur alla Fontana di Trevi (lancio della monetina compreso), passando per una cena luculliana nelle stanze del Quirinale. Il G20 si chiude oggi con tante buone intenzioni ma poca sostanza. Praticamente un fallimento su (quasi) tutta la linea.



A pesare, anzitutto, sono state più le assenze che le presenze. Vladimir Putin e Xi Jinping non sono nemmeno saliti sui rispettivi voli di Stato, preferendo inviare i rispettivi ministri degli Esteri. Un discreto colpo alle ambizioni di un incontro che ambiva – era il primo in presenza dopo la pandemia – a rappresentare i due terzi della popolazione e quasi l’80% del Pil mondiale. Cifre non raggiunte, almeno a livello di capi di Stato e di governo partecipanti. Segno, forse, che il multilateralismo – di cui Russia e Cina sono i principali interlocutori – è in un momento di stanca.

Su tasse ed emissioni il G20 non trova la quadra

Non c’è però solo il dato geopolitico. Anche i risultati dei diversi incontri non hanno prodotto niente di particolarmente rilevante. A partire dalla minimum tax, risoltasi in un piccolo contentino buono giusto a dire che qualcosa si è fatto. Peccato che sia totalmente insufficiente e non affronti, se non in maniera del tutto residuale, alcuno dei nodi all’ordine del giorno.

Meglio non è andata sul fronte del clima. Nonostante il certosino lavoro degli sherpa, è probabile che l’accordo che uscirà dal G20 sarà un concentrato di obiettivi generici e senza nessun impegno concreto dal lato della riduzione delle emissioni. Ammesso e non concesso che ciò sia realmente desiderabile. Se il buongiorno si vede dal mattino, la mancata intesa in sede di G20 è preludio al possibile fallimento della Cop26 che prende il via a Glasgow proprio oggi. E forse questa è l’unica buona notizia che esce dal quartiere dell’Eur.

Nicola Mattei

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