Roma, 31 ott – Fare catenaccio, difendersi. Quante volte questi termini – non solo nel calcio – sono associati a un modo di essere troppo passivo, magari un atteggiamento eccessivamente rinunciatario? Eppure l’applicare alla perfezione una strategia difensiva è tutto fuorché un qualcosa che ha a che fare con l’inattività. L’arte del saper difendere comporta studio, applicazione, sacrificio e anche un cospicuo utilizzo di materia grigia. In tal senso è essenziale il fare quadrato, l’essere squadra. Se da una parte il singolo con una giocata può decidere le sorti dell’incontro, dall’altra non sono gli “eroi di giornata” a mettere al sicuro la porta. Perché, si sa, gli attaccanti vincono le partite, le difese i campionati.



Nel Triveneto del secondo dopoguerra – Triestina, Treviso, Padova – un allenatore alle prime armi inizia a lavorare per far sì che la differenza tra le grandi squadre e le “sue” piccole sia sempre meno accentuata. Mentre il calcio si sta riducendo a un uno-contro-uno a tutto campo, favorendo giocoforza sempre il più forte, Nereo Rocco insiste con l’utilizzo del battitore libero dietro ai tre difensori. I quali, per l’appunto, marcano a uomo. Manco a dirlo, influenzerà un’intera generazione.

“Vinca il migliore… ciò, sperèmo de no!”

Come ogni vincente che si rispetti El Paròn preferisce fin da subito la sostanza all’apparenza. Sopperisce intelligentemente alla carenza di qualità dei suoi ragazzi raggiungendo risultati a dir poco sorprendenti. Come quando a Trieste da ripescato si guadagna la medaglia d’argento (dietro al Torino, pari merito con Juve e Milan). Si ripete qualche stagione dopo – 1957/58 – in quel di Padova dove raggiunge una promozione dalla B e soprattutto la terza posizione in serie A: i tifosi biancorossi, che alle prime uscite rumoreggiano per la mancanza di bel gioco, verranno conquistati dai fatti.

Si guadagna col duro lavoro – scrive Brera: torna dalla panchina più sudato dei giocatori – e con una gestione (forse atipica ma sicuramente) ottimale della spogliatoio la chiamata del Milan. E alla prima occasione questo triestino solo all’apparenza burbero fa centro: nella primavera del 1962 i rossoneri sono campioni d’Italia per l’ottava volta nella loro storia. Ancora maggiore l’impresa dell’anno successivo, con Rivera e soci che portano nel belpaese – primi in assoluto – la coppa dalle grandi orecchie, regolando il Benfica di un certo Eusebio.

Il ritorno di Nereo Rocco a Milano

Qualche anno nella Torino granata per poi tornare alla corte del diavolo per quella che sarà una minestra tutt’altro che riscaldata. Il nuovo corso con i casciavìt parte col botto: subito campionato e Coppa delle Coppe (verrà bissata nel ‘73), poi un’altra Coppa dei Campioni e, nell’ottobre 1969, l’Intercontinentale. Completa la personale bacheca con il tris in Coppa Italia.

Personaggio “pane e salame” – leggenda vuole che preparasse le partite in osteria suggerito da un bicchiere di vino – il suo intercalare dialettale ci ha lasciato perle di saggezza pedatoria senza tempo (“dal lùnedi al vénerdi i xe olandesi. Al sabato i ghe pensa. La domenica… tuti indrìo e si salvi chi può”). A dispetto del (non) gioco, già dal periodo padovano Rocco ha la capacità – e il merito – di fare della goliardia una presenza costante nella quotidianità dei giocatori. L’ex capitano biancoscudato Scagnellato racconta che gavettoni e secchiate d’acqua erano sempre suggerite dal Paròn in persona.

E pazienza se i palati fini sminuiscono i trofei e non apprezzano la palla in tribuna perché, alla fine, la differenza sovente sta nelle parole. Per dirla con l’ironia di Nereo Rocco, “solo noi femo el catenacio, i altri fa calcio prudente”.

Marco Battistini

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