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Roma, 20 apr — Rompono il silenzio i genitori di S.J., la ragazza italo svedese che nel luglio 2019 denunciò il figlio di Beppe Grillo per stupro assieme a 3 suoi amici. La misura l’ha colmata lo stesso Grillo nella giornata di ieri, scagliandosi contro i riflettori puntati sul figlio Ciro in un video che ha sollevato un vespaio di polemiche. «Se dovete arrestare mio figlio, che non ha fatto niente, allora arrestate anche me, perché ci vado io in galera» ha tuonato il comico scopertosi all’improvviso garantista e mettendo in dubbio la sincerità della ragazza.



I genitori della ragazza contro Grillo

«Siamo distrutti. Il tentativo di fare spettacolo sulla pelle altrui è una farsa ripugnante», hanno dichiarato i genitori della vittima all’Adnkronos, attraverso il loro legale Giulia Bongiorno. Nel video Grillo minimizza la gravità della situazione e deresponsabilizza gli indagati parlando di «divertimento», di ragazzata. I genitori della ragazza non ci stanno e replicano: «Cercare di trascinare la vittima sul banco degli imputati, cercare di sminuire e ridicolizzare il dolore, la disperazione e l’angoscia della vittima e dei suoi cari sono strategie misere e già viste, che non hanno nemmeno il pregio dell’inedito».

Il comico minimizza e si scopre garantista

La ragazza aveva  denunciato il presunto stupro al suo ritorno a Milano da una vacanza in Costa Smeralda, 8 giorni dopo la serata passata con Ciro Grillo e i suoi amici. E proprio su questo tasto preme Grillo: a suo dire, la 19enne avrebbe mentito in virtù del lasso di tempo lasciato correre dal presunto stupro al giorno della denuncia. «Allora perché non li avete arrestati? Perché vi siete resi conto che non è vero niente, non c’è stato niente perché chi viene stuprato fa una denuncia dopo 8 giorni vi è sembrato strano», ha insistito ancora Grillo nel video.

«E’ strano. E poi c’è tutto un video, passaggio per passaggio, in cui si vede che c’è un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che si divertono e ridono in mutande e saltellano con il pisello, così…perché sono quattro coglioni», minimizza ancora Grillo. I «quattro coglioni» della Genova bene sono indagati dalla Procura di Tempio Pausania e l’atto d’accusa è pesantissimo. «Costretta ad avere rapporti sessuali in camera da letto e nel box del bagno», «afferrata per la testa a bere mezza bottiglia di vodka» e «costretta ad avere rapporti di gruppo» dai quattro giovani indagati che hanno «approfittato delle sue condizioni di inferiorità psicologica e fisica» di quel momento. Questo è quanto si legge nelle carte.

Cristina Gauri

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4 Commenti

  1. Io alle accusa di “violenza” che provengono da parte di ragazze “svedesi” (qualora non supportate da evidenze oggettive) non credo più dai tempi della vicenda Assange (lo “stupro” che sarebbe consistito nella presunta rottura più o meno intenzionale di un preservativo…).

    Forse si insegna proprio questo alle ragazze svedesi (da parte dei genitori che poi si indignano se qualcuno lo nota): ad usare l’accusa più infamante per “vendicarsi” di qualcuno (o per ottenere qualcosa) sfruttando il femminismo e la sua propaganda mediatica, come fecero appunto le due vili accusatrici del fondatore di Wikileaks.

    La misura è stata colmata non dal video di Grillo (l’unica cosa seria postata in vent’anni dal comico genovese), bensì dalle femministe, che hanno distrutto oggettività del diritto (con le definizioni attuali il confine fra lecito e illecito è lasciato alla soggettiva sensibilità della presunta vittima e alla sua possibilità di vedere anche a posteriori come “costrizione” ciò che per qualche motivo, magari i “fumi della trasgressione”, è stato agito e soprattutto mostrato all’esterno come “consenso”) e presunzione di innocenza (con leggi e costumi attuali, ormai l’uomo accusato è colpevole fino a prova contraria – spesso pure nonostante le prove contrarie – ed anche solo mettere in dubbio la parola dell’accusa – il minimo sindacale laddove sulla sua sola parola, e non già su riscontri oggettivi o testimonianze terze, si formano le “prove” – è ormai divenuto ulteriore prova di colpa, come quando durante i processi per eresia negare la tesi dell’inquisizione equivaleva ad “offendere dio”).

    La vera “farsa ripugnante” è il modo in cui in Italia (e in occidente in generale) si conducono talvolta i processi per “violenza sessuale”: la presenza dell’avvocato difensore è quasi pleonastica, perché se fa una domanda “scomoda” (necessaria dal momento in cui si pretende di basare l’accusa non sui fatti oggettivo ma sulla “credibilità” oggettiva e soggettiva della “persona offesa”) il giudice lo tacita (per non far arrabbiare le femministe che parlano di “seconda violenza”): è avvenuto così con quei poveri Carabinieri accusati di stupro da due turista straniere che dopo il fatto continuavano a messaggiare amabilmente e a comportarsi come niente fosse.

    La retorica del “trascinare la vittima sul banco degli imputati” farebbe ridere (quando sul vero banco degli imputati ci sono tre ragazzi di 19 anni accusati senza alcuna prova che non siano immagini di goliardate senza alcuna ombra di stupro, mentre chi accusa falsamente non rischia praticamente nulla!), se non fosse drammatico per i suoi effetti reali (per quei tre ragazzi e per tutti i loro simili accusati senza riscontri oggettivi e quindi, in fondo, solo per il fatto di appartenere al genere maschile).
    Il vero dolore sminuito e ridicolizzato è quello degli accusati e delle loro famiglie, come se vedersi per anni minacciati di avere rovinata la vita (per qualcosa che, fino a prova contraria, non hanno commesso) fosse meno grave del non dare ad una accusatrice la “soddisfazione” di essere creduta sulla parola ed alle femministe quella di avere conferme alle loro teorie sull’uomo-maschio-stupratore.

    E’ un quarto di secolo che questo ormai avviene, per cui si guardino pure allo specchio quando parlano di “mancanza del pregio dell’inedito”.

    SALUTI DALLA SUBLIME PORTA

    P.S.
    Cara autrice dell’articolo, avevo apprezzato quasi tutti i tuoi scritti precedenti (soprattutto quelli criticati dalle sinistre progressiste e dal mainstream semi-colto), ma qui ti saresti potuta risparmiare certe “sintagmi stereotipati”
    Che succede? Il direttore Scianca ha dato ordine di ricucire lo strappo con il femminismo, dopo la “strigliata” che gli ho dato l’8 marzo? O è solo perché voi di Casa Pound, essendovi tirati fuori dalla sfida elettorale, volete tirare la volata alla Meloni (ah, una donna, che parla “da donna”, del “grande problema della violenza sulle donne”).

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