Roma, 27 nov – Alla faccia dei diritti umani e della libertà di espressione. A Napoli, un gruppo di attivisti delle Ong, ha deciso di censurare il film L’Urlo, di Michelangelo Severgnini. Un attacco al regista che palesa tutto il cortocircuito dei finti buoni, talmente ottusi da non accettare neppure la proiezione di un documentario accurato sui migranti, con i racconti degli stessi migranti che poi sostengono di voler salvare.

Napoli, i soliti buonisti censurano un film sui migranti

A denunciare quanto accaduto ieri, durante il Festival dei diritti umani, è lo stesso Severgnini a cui, come sottolineato da L’Antidiplomatico, “non è stata neanche data la possibilità di dire una sola parola di risposta nel dibattito (insulti) che si è imposto”. Nel video, pubblicato dal regista su YouTube, si può “ammirare” quanto accaduto.

Alcuni esponenti delle Ong attaccano duramente Severgnini durante la proiezione del film. “Sto regista dei miei coglioni“. “Tesi complottiste, antisemite“, urlano. E ancora: “Regista di questa porcheria”. Per poi azzardare: “Questo film se lo può proiettare a Casapound per quanto mi riguarda”. Ecco, buona idea quest’ultima, perché anche solo per educazione di sicuro a CasaPound nessuno si permetterebbe di insultare un regista ospitato.

“Quello che è accaduto dopo soli venti minuti dall’inizio della proiezione è una violenta e inammissibile azione di repressione da parte di esponenti di Ong, i quali non solo ne hanno impedito la prosecuzione, ma hanno pesantemente insultato Severgnini, al quale va la nostra più totale solidarietà”, scrive L’Antidiplomatico. “Al regista Michelangelo Severgnini non è stata neanche data la possibilità di dire una sola parola di risposta nel dibattito (insulti) che si è imposto”.

L’Urlo, un film che non piace alle Ong

Il documento L’Urlo, che da alcune settimane è pure un libro, documenta “la sofferenza dei migranti che vorrebbero andare in Europa, ma sono rimasti intrappolati in Libia”. Un racconto basato peraltro su immagini raccolte dagli stessi migranti nei centri di detenzione. Di per sé non dovrebbe affatto sembrare “scomodo” e spiacevole agli attivisti delle Ong, eppure c’è qualcosa che infastidisce i portatori del verbo unico. Perché nel quadro drammatico descritto dal regista emerge “un sistema di produzione basato su schiavitù, sfruttamento ed estorsione in contatto con le mafie dei loro Paesi”. Una “storia fa saltare per aria 10 anni di narrazione sulla migrazione in Europa”, ha fatto notare Severgnini all’Ansa a proposito del suo film. I migranti ammettono infatti, tra le altre cose, di essere disposti a tornare nei loro Paesi di origine, da cui sono fuggiti, piuttosto che continuare il lungo cammino e attendere nei centri di detenzione libici un viaggio verso l’Italia potrebbe non arrivare mai.

Alessandro Della Guglia

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4 Commenti

  1. Quale idiozia ?! Questa è malafede allo stato puro, elementi come Beppe Caccia, “esperti di deportazioni”, non conoscono i sistemi di eradicazione degli esseri viventi, il cinismo del trasporto a qualunque costo e le estorsioni, sudditanza pro-lucro che subiranno i soggetti, da loro intercettati e benedetti (senza Dio), nei punti di arrivo da connazionali senza scrupoli ?!
    Questi non sono compagni, non si possono neppure mandare a c….e.

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