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Roma, 9 nov – Il professore emerito dell’Università di Padova ed ex-presidente della Società italiana ed europea di Virologia Giorgio Palù interviene a gamba tesa contro i tamponi molecolari. «Se si usa un kit di tamponi che amplifica un solo gene come si fa oggi per velocizzare, si amplifica la sensibilità con il rischio di falsi positivi».

Non basta trovare un gene solo

La tesi sostenuta dal virologo, intervistato da La Verità, è stata determinante per Stefano Scoglio, ricercatore facente parte di un team di quattro componenti che nei giorni scorsi si è fatto promotore di un’azione legale contro i tamponi molecolari. Il motivo? Scoglio ha mostrato un certificato di un normale tampone Covid, nel quale vengono cercati tre geni: il gene E, il gene RdRp e il gene N che compongono il virus. «Dovrebbero essere trovati tutti e tre, perché se il virus è integro, è chiaro che il test deve trovare tutti e tre i geni che lo compongono», solo in presenza dei tre geni il S ars-CoV-2 può infettare. Se invece dall’esame emerge la presenza di uno solo dei tre, o si tratta di un responso negativo, oppure del coronavirus ce n’è solo un pezzetto. 

Il ricercatore denuncia un fatto singolare: all’inizio un soggetto risultava positivo, come giusto, solo se tutti e tre i geni emergevano dall’analisi. Dallo scorso aprile, basta infatti un solo gene per decretare la positività al coronavirus, dopo aver trovato, cioè, la presenza del gene N che «ha solo un nucleotide di differenza su 64, quindi basta un niente (specie se si considera che si insiste sempre sulla mutevolezza del virus), per beccare un virus diverso, magari del tutto innocuo, da cui l’asintomaticità».

Meglio i test antigenici

«Esiste questa possibilità, come pure quella che si stia amplificando solo un frammento di un Rna che è in degradazione e non rappresenta una particella virale infettante», avverte Palù. Palù ha poi proseguito precisando che per il Covid e per tutti i virus come quello di influenza, morbillo, dengue, infezione citomegalica, c’è una relazione diretta tra la carica virale e la trasmissibilità dell’infezione. «Proprio per questo motivo i test rapidi antigenici», spiega «possono essere più predittivi di trasmissibilità perché individuano un soggetto realmente contagioso. Sono quindi particolarmente utili per attivare pronte misure di contenimento. Nell’attuale situazione di crescita esponenziale dei nuovi casi, con oltre 10.000 focolai attivi nel Paese, basarsi sui test molecolari comporterebbe tempi di risposta troppo lunghi per un sistema diagnostico già al limite di saturazione», proprio in virtù della loro scarsa affidabilità. 

Cristina Gauri

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