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Roma, 15 mag – Ormai è prassi che la “galassia nera” di CasaPound (o CassaPound, secondo gli Sherlock Holmes dell’Espresso) venga periodicamente scandagliata, processata e messa al rogo perché alcuni dei suoi esponenti si sono macchiati del delitto di detenere esercizi o imprese commerciali, in regola con il pagamento delle tasse e che regolarmente danno lavoro ad altre persone. Prassi un po’ meno consolidata invece è che i sedicenti investigatori si occupino di un’altro tipo di galassia, quella del business – tutto rigorosamente esentasse ma florido nel settore irregolarità e degrado – che gira intorno ai centri sociali della Capitale adibiti a locali per divertimento notturno. Quando cioè l’emergenza abitativa e il “bisogno di riappropriarsi degli spazi della città per creare nuove esperienze di integrazione sociale” vengono usati come paravento per attività lucrative a tasse zero, spese minime, senza la minima misura di sicurezza e immerse nel degrado e nello spaccio. In quale buco nero vadano a finire questi soldi è un mistero: sicuramente quelli guadagnati da Spin Time Labs non venivano utilizzati per pagare l’elettricità del palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme.



La punta dell’iceberg

In un’inchiesta sul Messaggero Marco Pasqua oggi ha fatto il punto della situazione delle principali realtà romane – ma si tratta della punta dell’iceberg: chi è in regola e quali sono i guadagni nella costellazione infinita di circoli Arci, circoli culturali, spazi e spazietti occupati e autogestiti dentro il Raccordo? Nessuno ha mai fatto un censimento, tantomeno dei controlli. Ma torniamo ai “pesci grossi”. Pensiamo a Strike spa per esempio, immenso capannone occupato a Portonaccio, in via Partini. Occupato dall’ottobre 2002, negli anni ha ospitato ininterrottamente concerti e rave party, concentrandosi soprattutto nel fine settimana. Per i Colle der Fomento, storico gruppo rap capitolino, i paganti furono 3000, moltiplicati per gli otto euro dell’ingresso e sommati alla cifra – non pervenuta – dell’incasso del bar a prezzi calmierati. La struttura è fatiscente, le misure di sicurezza assenti, e infatti è in cima alla lista dei famosi 23 luoghi da sgomberare secondo il ministero dell’Interno. Negli anni sono nate un’osteria, il pub popolare, l’enoteca e lo studio di registrazione. Inutile dire che durante le serate i pusher (di qualsiasi nazionalità) si fiondano in loco come cavallette.

L’Acrobax

Stessa sorte per l’Acrobax o Ex-cinodromo, i cui eventi crocifiggono le notti dei fine settimana del quartiere Marconi. Occupato anch’esso nel 2002, si avvale della solita formula dei “prezzi popolari” per l’ingresso e le bevande e segue l’ormai irrinunciabile trend dell’osteria, di cui possiamo immaginare le condizioni igieniche delle cucine. Si contano già 25 eventi dall’inizio dell’anno: avranno pagato mezza volta i diritti Siae?

Il ritorno del Brancaleone

Dallo scorso gennaio, invece, in via Levanna 9 (Talenti) si è tornato a ballare (e i residenti a non dormire): la Cassazione ha infatti annullato il sequestro del Brancaleone disposto nel 2016. La discoteca antifascista per eccellenza della Capitale, strutturata su quasi mille metri quadrati, fa ballare i romani alternativi dal 1990, ora più che mai con l’endorsement del presidente del III Municipio Giovanni Caudo. Il locale è affiliato all’Arci, altra garanzia di rendita a regime fiscale agevolatissimo.

Il Forte Prenestino: il dinosauro dell’illegalità capitolina 

Resta infine il dinosauro dell’illegalità capitolina: il Forte Prenestino. Gli abusivi lo occupano dal 1986, un fortino di nome e di fatto anche per quanto riguarda il business senza scontrini o contabilità. In 33 anni il Forte è diventato un vero mostro da soldi con propaggini in ogni campo: enoteca, sala da the, cinema, pub, palestra, osteria, sale di registrazione, rave di portata oceanica, festival e kermesse artistiche spalmati su più giorni che attirano migliaia e migliaia di visitatori. Nella malaugurata ipotesi di un incidente all’interno degli stretti e fatiscenti corridoi della struttura, la probabilità di una strage sarebbe altissima. “No eroina, no droghe pesanti”, recitano i cartelli appesi ai muri durante i weekend danzerecci. Ma basta un giro veloce negli anfratti malsani del fortino per capire che gli avventori la pensano diversamente.

Cristina Gauri



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