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Roma, 13 Gen – “Sono stato fascista solo a sette anni” amava ripetere con un sorriso beffardo, ma gentile Giampaolo Pansa a chi lo accusava nientemeno di “aver sdoganato” i morti della primavera del 1945: morti fascisti innanzitutto, ma anche morti che appartenevano a quell’Italia borghese, cattolica, popolare o delle professioni che i partigiani comunisti identificavano come nemici e dunque con il fascismo in senso lato.

Le accuse di fascismo 

Comunque morti: sangue versato dopo che le ostilità erano cessate e nessuno aveva più il diritto di combattere una guerra privata. A quella accusa di fascismo che a sinistra vola sempre facile replicavano con una infelice simmetria quei neofascisti brontoloni che dicevano “ma in fondo aveva già mostrato tutto Pisanò, Pansa è venuto dopo, spesso senza fonti eccessivamente documentate e comunque senza una comprensione profonda degli ideali che avevano animato la vita di quei morti”. Ma cosa avrebbe dovuto fare Pansa: indossare la camicia nera, fondare un partito littorio? Pansa era un uomo di cultura laico-socialista o liberal-laburista e in verità la sua opera documentaria ha valore proprio perché è sempre stato un antifascista, ed è rimasto un libertario, quindi refrattario agli intruppamenti. Si inseriva in verità in quell’orizzonte di buon senso, ancor prima che di elaborazione dottrinaria alla Ernst Nolte, che tendeva ad equiparare gli orrori di tutti i totalitarismi del Novecento.

Pansa e Pisanó

Pansa e Pisanò non si sovrappongono, ma risultano complementari. Del sanguigno fascista-repubblicano milanese rimane storiograficamente rilevante l’analisi sul “primo colpo della guerra civile”. Pisanò ci si arrovellò a lungo per capire quale fosse stata la prima scintilla di una (per altri versi inevitabile) lotta fratricida. Giunse a conclusione che i comunisti avevano cominciato col colpire quelli che ritenevano i soggetti più pericolosi per la loro causa, ovvero quei fascisti “conciliatori”, a non volerli definire moderati, che all’interno della RSI ritenevano che in nome della patria ferita e dilaniata occorresse tendere la mano a coloro che erano antifascisti e patrioti nello stesso tempo. I comunisti cominciarono a colpire le “colombe” della RSI per provocare una reazione prevedibilmente dura e ampliare lo spazio dei “falchi”. Lo schema sarebbe stato poi perfezionato nei confronti dei tedeschi: fare stragi per provocare rappresaglie, ovvero altre stragi. Non occorre essere fascisti per comprendere il carattere infernale di questo meccanismo e infatti Pansa da limpido antifascista ne prese atto, dando poi un colpo decisivo alla retorica della resistenza.

La “cultura dei vinti” 

Sinceramente penso che la “cultura dei vinti” avrebbe dovuto rispondere a sua volta con “un Pansa”, ovvero con qualcuno che in maniera chiara e cosciente sapesse discernere luci e ombre della esperienza fascista, andando anche oltre quella distinzione un po’ ingenua che fu il cavallo di battaglia della corrente rautiana tra fascismo-regime e fascismo-movimento, quest’ultimo eletto a “fascismo puro e ideale”. Peccato che però fosse il fascismo senza potere e quindi senza la capacità decisionale concreta che sola permette di discernere quali frutti una stagione storica produce.

Il “consiglio” del Principe Nero

Quando Pansa ebbe il primo impulso a occuparsi del “sangue dei vinti”? È lui stesso a raccontarlo nell’ultimo libro “Quel fascista di Pansa” e in più di una intervista. Pansa ricorda che fu Borghese a dargli quell’input, nel corso di quel celebre colloquio giornalistico che teoricamente avrebbe dovuto precedere il “golpe dell’Immacolata”, sul quale il giornalista ha nutrito sempre molti dubbi. Il principe Borghese al giornalista di sinistra che lo incalzava con domande non proprio cordiali rispose con un certo stile militaresco, brusco ma anche un po’ guascone: “Pansa lei è di sinistra, ma è in gamba, perché non si arruola con noi?” Al garbato diniego del giornalista laico-e-antifascista il principe replicò con una esortazione ad occuparsi della “resistenza fascista”. In questi termini, ricorda Pansa, si espresse Borghese gettando un seme che poi sarebbe maturato negli anni.

Alfonso Piscitelli

4 Commenti

  1. Pansa ha scritto giustamente, ma a scoppio ritardato…, forse quando è stato sicuro che le pistole rosse non sparavano più. Prima non conveniva, era troppo giovane per rischiare il proprio benessere (che era notevole), andando controcorrente…, sapendo (!) si è comportato come hanno fatto tutti. Hanno sparato a Montanelli non a Pansa. Erano pochi buoni missini (i non carrieristi, tipo Staiti), Solinas, Veneziani, Tarchi, Terracciano, Cardini, Buscaroli, qualcun altro che mi scuso di non ricordare…, i pochi eroi conosciuti di quei tempi! Pansa non c’era, chiaro?
    La verità è una bandiera da saper portare sempre…
    Ovviamente, il rispetto per un defunto, comunque dignitoso, non mi manca certo…

  2. quindi grazie ad “Alfonso Piscitelli” ora sappiamo anche che il non pervenuto “antifascista” Pansa, avrebbe addirittura raccolto il suggerimento di Junio Valerio Borghese, uno degli ultimi gerarchi fascisti (ammazza e che antifascista che era sto Pansa…), nonchè criminale passato in giudicato, condannato a 2 ergastoli nel 1949, poi tramutati (grazie all’azione dell’OSS, ovvero l’organismo di intelligence statunitense che di lì a poco avrebbe cambiato il nome in C.I.A.) in 12 anni di galera, per collaborazionismo con i tedeschi in azioni di rappresaglia e concorso morale in strage. Borghese, secondo gli atti istruttori, poi confermati dalla sentenza, ha fatto eseguire ai suoi uomini «continue e feroci azioni di rastrellamento» ai danni della popolazione che, di solito, si concludevano con «la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e l’uccisione degli arrestati», allo scopo di rendere tranquille le retrovie dell’esercito invasore.

    Onestamente, ma veramente credevate di portare qualche argomento a sostegno del preteso “antifascismo” della salma di Pansa… rendendo noto a tutti che lo stesso Pansa, in pratica, si sarebbe lasciato dettare la linea da un ex gerarca e criminale fascista, deportatore ed assassino di Italiani? Ma veramente? Ma li rileggete gli articoli prima di pubblicarli?

    La morte, al fascismo.

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