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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Georges Sorel

Milano, 15 apr – “Per me l’essenziale era agire. È a Sorel che io debbo di più. È questo maestro del sindacalismo che, con le sue rudi teorie sulla tattica rivoluzionaria, ha contribuito di più a formare la disciplina, l’energia e la potenza delle coorti fasciste”. Correva l’anno 1922 quando Benito Mussolini vergava queste parole dedicate al filosofo francese Georges Eugène Sorel. Colui che divenne il Duce d’Italia andò ben oltre: “Quel che sono lo devo a Sorel”. Mito fondante di quello che sarà il Fascismo. Dinamo e innesco delle ideologie il transalpino ha visto contendersi le sue idee dal bolscevismo di Lenin e dallo stesso ultimo Cesare di Predappio. Fascismo e comunismo seguendo i suoi versi diventarono le due grandi poesie del novecento, scomodando Robert Brasillach.

Sorel e l’origine del mito

Adepti suoi sono stati i sindacalisti rivoluzionari – teorico e padre dei Corridoni d’Europa assieme a Lagardelle, Labriola e Leone – e ancora Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Piero Gobetti e Antonio Gramsci. Febbre di ideologie per le menti sovraeccitate all’ombra del Colosseo culturale del ‘900. Proprio in Italia Sorel divenne bussola con cui orientarsi ben più che al di là delle Alpi. Ha trovato nell’abiura a Marx la propria dimensione diventando esponente “dell’azione sindacale, diretta e non politica”, come ricorda James H. Meisel.

Un uomo in grado di eccitare menti e uomini. A differenza di altri pensatori ha affrontato la realtà senza lasciare ai posteri, nonostante la dipartita avvenuta nell’agosto del ‘22 a pochi mesi dalla Marcia su Roma, l’ardua sentenza. In un articolo del 1909, Mussolini, tocca con mano l’origine del mito che scolpisce il pensiero di Sorel: “Il mito dello sciopero generale – considerato come la battaglia suprema – dà all’operaio la forza di compiere la rivoluzione”. E ancora, scavando nell’antro dei pensieri che diventano millenarie, “se le grandi idee hanno trionfato nel mondo, lo si deve al fatto che esse hanno agito nell’animo delle folle come miti”. Un intenso rapporto tra lotta politica e rapporti sociali come descritto, in maniera magistrale, da Adriano Scianca nel volume Mussolini e la filosofia.

Il nemico borghese

È nelle Riflessioni sulla violenza, pubblicato per la prima volta nel 1908, che i rivoluzionari da Lisbona a Vladivostok hanno trovato la propria dimora. Una sirena, nell’oceano delle dottrine, capace di ammaliare socialisti, futuristi, nazionalisti e come visto sindacalisti. Il suo nemico? “Le democrazie borghesi” forme politiche che hanno infestato il globo, con il proprio vangelo globalista, che Sorel condannava aspramente. “Possa prima di scendere nella tomba vedere umiliate le democrazie borghesi, oggi cinicamente trionfanti”. L’oggi lo turberebbe, proprio come furono turbati i rivoluzionari dai suoi scritti.

I materialisti non capiranno mai l’essenza ultima del mito, abbagliati dal solipsistico io dove tutto si risolve nell’individuo. In questi giorni di tensione sociale alle porte di Montecitorio, Georges Sorel bussa ancora alle nostre coscienze: “Alla violenza il socialismo deve gli alti valori morali grazie ai quali porta la salvezza al mondo moderno”. Eppure da destra a sinistra gli epigoni del capitalismo capaci, solamente, di solidarizzare con l’ordine costituito sputano sul popolo che ancora una volta ha il compito di diventare mito.

Lorenzo Cafarchio

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