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Roma, 16 giu – Nelle ultime settimane il Museo di Antropologia Criminale ‘Cesare Lombroso’ di Torino è stato nuovamente oggetto di insensate accuse di “razzismo scientifico”. A chiederne la chiusura, tra luoghi comuni, decontestualizzazioni evidenti e sempre verde questione meridionale, il senatore lucano Saverio De Bonis, ex M5S.
Non ci interessa in questa sede rispondere al senatore, dal momento che l’assurdità delle sue asserzioni ci esonera dall’impegno di commentarle più di quanto non sia stato già fatto. Ci interessa mettere in evidenza alcuni aspetti frequentemente trascurati da coloro che si approcciano alla figura di Cesare Lombroso con l’intento di screditarla come scienziato e di ridurne banalmente lo spessore scientifico, circoscrivendolo al più generico razzismo.



L’assurda richiesta di “cancellare” Lombroso

Lombroso fu senza dubbio una personalità eccentrica, per molti versi ambigua, e fu certamente razzista, sebbene “l’entusiasmo per certi valori etici […] gli impediva di volgere la sua visione razzista al razzismo” così come comunemente inteso all’epoca (L. Bulferetti, Lombroso, UTET 1975, p. 71) e tanto meno come comunemente inteso e declinato oggi. È sicuramente un errore – in molti casi compiuto consapevolmente e in malafede – guardare a un periodo e a un contesto completamente differenti da quello odierno con gli occhi e le categorie dell’uomo contemporaneo. In un articolo apparso recentemente su Il Giornale che si scagliava contro le nuove accuse di razzismo verso i meridionali imputate a Lombroso e per estensione allo stesso museo che porta il suo nome, si fa riferimento al metodo e al progresso scientifico come a un costante procedere per errori.

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Se si cala questa visione della scienza, che sembra comunemente accettata, nella sua naturale cornice contemporanea risulta difficile comprendere come mai per alcuni sia accettabile e spesso comodo che una convinzione comune oggi possa rivelarsi un errore domani – e la più recente cronaca intorno ai vaccini né è una conferma -, mentre non si dovrebbe a prescindere applicare lo stesso criterio al passato. Ognuno è libero di interpretare oggetti e fatti storici, tuttavia non lo è in alcun modo di pretenderne la cancellazione, tanto più se i fatti in questione hanno funzione educativa.

Chi era e cosa fece Cesare Lombroso

Torniamo a Lombroso e ad alcune delle sue battaglie più importanti e pioneristiche. Nel 1862, durante la controversa campagna contro il brigantaggio, questi fu inviato in Calabria come di medico militare. Qui si occupò più che altro di studiare e stilare suggerimenti per una radicale riforma fondiaria e migliorare le pessime condizioni igieniche in cui versava la popolazione locale. Ancora, Lombroso si impegnò, spinto da spontaneo e sincero desiderio di fare del bene, in importanti, seppure contestatissimi, studi sulla pellagra con il fine di debellare la terrificante piaga che affliggeva la campagna lombarda. Condusse studi sulla mente antesignani delle prime discipline psichiatriche ed ebbe un ruolo fondamentale nell’ambito della divulgazione scientifica, della prevenzione e dell’igiene.

In merito all’antropologia criminale, non solo Lombroso partiva dalla eliminazione del concetto di reato tradizionale, rompendo in un certo senso gli schemi dell’impostazione giusnaturalistica del diritto penale, contro i criteri di responsabilità del reo, ma affermava anche, sulla base di dati statistici e osservazione diretta – senza tralasciare l’importanza dei fattori esterni – che alla base del crimine, e quindi della natura delinquenziale dell’individuo, vi fossero fattori riconducibili alla malattia, a particolari disposizioni ereditarie e a uno stato di sotto-evoluzione che si manifestavano attraverso determinati tratti fisici, facendo riferimento alle speculazioni della fisiologia, oggi considerata pseudo-scienza. Insomma, il criminale non è “malvagio” a prescindere, ma piuttosto malato, e in quanto tale in molti casi può essere curato, anziché condannato.

Pseudo-scienza, ma ottocentesca

In ambito penale Lombroso infatti protendeva più a favore di interventi preventivi piuttosto che di applicazione di pena e suggeriva di ricoverare gli individui spinti al crimine da evidente infermità mentale non nelle carceri, ma in appositi istituti volti a guarire, rieducare e reinserire in società il soggetto criminale. In ultimo, bisogna precisare che in più occasioni Lombroso ha insistito sul valore preventivo dell’istruzione, tanto per il minore quanto per “l’uomo delinquente”. In questo senso pare decisamente visionaria la gestione del manicomio di Pesaro da parte di Lombroso, la cui direzione gli venne offerta nel 1871.

Pseudo-scienza, dunque? Oggi si, ma posizioni più che plausibili sul finire dell’Ottocento. Le teorie lombrosiane si sono rivelate certamente erronee e sono oggi decisamente superate, ciò non autorizza tuttavia a pretendere la cancellazione del lascito o peggio della figura di uno degli scienziati italiani che fu tra i più famosi al mondo, almeno nella stessa misura in cui fu disprezzato – e lo è ancora oggi – in patria.

Pasquale Morrone

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