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Roma, 7 giu – Per un figlio, seguire le orme del padre è quanto di più virtuoso e valoroso esista. Certo che, tuttavia, essere figlio di un valoroso capitano pluridecorato non deve essere una posizione semplice da emulare. Pier Giuseppe Scarpetta è uno di questi figli d’arte ma, di sicuro, avremo modo di parlarne in un secondo momento. Oggi, infatti, tratteremo la storia del padre Ulisse Scarpetta, anche lui valoroso soldato ed eroe di guerra.

Al seguito di Caneva in Libia

Quella di Ulisse Scarpetta fu non tanto un’avventura, quanto un’ascesa all’Olimpo degli eroi della nostra nazione. Piacenza fu la patria natia di questo personaggio che la Storia ha dimenticato troppo presto e troppo facilmente, chissà per quale assurdo motivo. La vocazione del giovane soldato classe 1887 era, ovviamente, quella militare. Scarpetta si trasferirà, infatti, a Torino per frequentare la Regia Accademia di Artiglieria e Genio uscendone con il grado di sottotenente. In pochi mesi arrivò anche la prima promozione a tenente e la chiamata alle armi.

Il suo primo impegno fu in Libia, durante la guerra italo-turca. Gli italiani si insidiarono in Cirenaica vincendo il già debole impero ottomani. Ulisse Scarpetta, in quell’occasione, divenne uno dei protetti di un grande comandante dello scontro magrebino: Carlo Caneva.

La morte a Vertoiba

Mai si sarebbe aspettato, probabilmente, Ulisse Scarpetta di non rivedere più la sua amata moglie ed il figlioletto Pier Giuseppe quando, nel 1915, venne chiamato alle armi. Appena due anni separarono il ritorno in Patria del soldato alla nuova partenza per il fronte, questa volta austriaco. Il suo esempio non venne mai meno e fin dai primi anni, Scarpetta mise in risalto il suo valore: “Comandante di una batteria, sostenne, senza rallentare mai il proprio fuoco, il tiro di parecchie batterie avversarie di diversi calibri. Avendo poi l’esplosione di una granata nemica di grosso calibro provocato l’incendio di una riservetta di munizioni, nonostante che alcune di queste fossero già esplose, producendo perdite, coraggiosamente si slanciava fin sopra le munizioni già avvolte dalle fiamme e riusciva a domare l’incendio scongiurando così lo scoppio di tutte le munizioni che avrebbero cagionato danni disastrosi, e rendendo possibile alla batteria di raggiungere il suo intento” si legge sulla prima medaglia ottenuta dal soldato in combattimento.

L’ultima azione di guerra, dopo aver ottenuto un’altra medaglia di bronzo al valor militare, avverrà nella primavera del 1917, durante il più duro anno del conflitto. Mentre incitava i suoi soldati, infatti, Ulisse Scarpetta venne ferito dalle schegge di una granata che esplose vicino alla sua postazione. Morì dopo due giorni di agonia abbandonando per sempre i suoi compagni e la sua famiglia. Nella seconda medaglia d’argento conferitagli nel maggio del penultimo anni di guerra è possibile leggere: “In servizio di stato maggiore, mentre arditamente ed intelligentemente seguiva lo svolgersi delle fasi del combattimento, fu colpito da schegge di granata che gli asportarono le mani e lo ferirono gravemente alle braccia, all’occhio destro, al petto e all’addome. In tali condizioni, pur esprimendo il dolore di dover lasciare il figlio e la famiglia, diceva di morire felice per aver dato la vita per la sua Patria e per il suo Re, e per aver compiuto tutto il suo dovere. Non emise mai parola di lamento, ma continuò a parlare di Patria, di famiglia, di gloria, di necessità di vincere, destando l’ammirazione di quanti lo circondavano”.

Tommaso Lunardi

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