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Roma, 7 giu – La figura di Salvator Gotta, scrittore di grande forza, non è molto conosciuta. Personalmente conobbi i suoi scritti grazie alla mia maestra che ci lesse durante le lezioni un suo libro, Il Piccolo Alpino. In classe regnava un silenzio, dove anche le mosche si fermavano, e ognuno di noi si sentiva un piccolo e valoroso alpino. Quando finiva la lezione, correvo a casa a raccontare a mio padre quella parte di storia letta a scuola, e mi piaceva farlo partecipe, lui che aveva indossato l’importante cappello da alpino. Uscì anche un’edizione del Piccolo Alpino, dedicata a Sua Maestà Re Umberto II, dono gradito fatto al sovrano in esilio, da parte di uno scrittore monarchico. Quella dedica diceva: “O Pequeno Alpino.  A S.M. Umberto II Re D’Italia. Il piccolo Alpino viene a trovarlo, in lingua portoghese”. Un grande giornalista, Alberto Cavallari, trovandosi nella casa di Salvator Gotta delinea un ritratto dello scrittore: “In un cassettone la fotografia del figlio che partecipò in Russia all’ultima carica del Savoia Cavalleria. E questo ricordo, anche se recente, fa diventare più vero il paragone tra “I Vela“ e “Via col Vento”. Persino la vita di Gotta è stata toccata da vicino dall’eco di quegli squadroni della cavalleria che tanto gli è piaciuto descrivere nei “Vela” e che sono in un certo senso, il pendant della polvere delle cariche del generale Custer. Gotta conserva l’insegna rossa del figlio, che gli è miracolosamente tornato da quest’ultima battaglia romantica. Accanto c’è una fotografia di Umberto con dedica. Il cronista ha molte possibilità di convincersi che il  “vecchio Piemonte“, nel mondo di Gottta, è un po’ simmetrico al “vecchio sud“ di Margaret Mitchelle e dei romanzi fiume americani: un paradiso perduto romantico e quasi ideologico“. (Corriere d’Informazione dell’ 11-12 gennaio 1958 ).

Un altro libro Due vite sul mare, un romanzo per ragazzi, che fa ben comprendere cosa sia la vita, e proietta in un mondo che ora non è più  possibile ritrovare, narra la storia di un giovane che parte da Portofino per fare il mozzo a bordo di una nave, viaggiando in tutto il mondo. Il giovane lascia la sua amata che dopo travagliate vicende sposerà. Un libro romantico con lo sfondo del mare pieno di pagine dense di malinconia.

La primavera di bellezza

Salvator Gotta nacque a Montalto Dora nel 1887. Studiò per conseguire la laurea in legge all’Università di Torino. Non intraprese l’attività forense, ma scelse il mondo del giornalismo e della letteratura che divenne il centro dei suoi interessi ed in questo assomigliò al cugino Cesare Pavese, pure lui dopo la laurea in lettere inoltratosi nel mondo della letteratura. La vicenda meno conosciuta di questo personaggio riguarda il segno che egli lasciò durante il ventennio. Possiamo dire che il fascismo deve a Salvator Gotta un grande riconoscimento. Infatti, è stato l’autore dell’inno per l’Italia, Giovinezza. Un inno che anche dopo la guerra, molti vecchi e giovani canticchiavano anche a chi avrebbe voluto sopprimere ogni cosa che ricordasse il fascismo. Non si può temere il passato, l’acqua non ritorna a scorrere sotto lo stesso ponte, ma quando defluiva, irrigando i campi, li ha fatti fruttificare. Salvator Gotta scrive : “Nel 1925 Blanc venne a trovarmi a Ivrea e a pregarmi di fare dei nuovi versi  per l’Inno poiché così voleva il Direttorio Nazionale del Partito. Ed io li scrissi e n’ebbi – una volta tanto – il compenso di cinquecento lire. Sarebbe stato questo un titolo più che sufficiente per farmi fucilare quando finì la guerra, nel 1945. Ma probabilmente il mio peccato non fu giudicato così grave da chi comandava in quei tragici giorni . Per conto mio, non mi sono mai pentito né sento che mi pentirò mai di aver fatto cantare per vent’anni i ragazzi d’Italia: Giovinezza, giovinezza, Primavera di bellezza”. Questo inno non finirà mai di commuovere chi umilmente lo ascolta, per capire il passato.

Finito nel dimenticatoio

Quello che accadde, dalla fine della guerra in poi, a Salvator Gotta e ad altri scrittori italiani fu finire nel dimenticatoio. Il sistema è sempre quello, per gli uomini che vogliono essere indipendenti dalla cultura dominante. L’esclusione dalla cultura dominante, dovrebbe essere come una medaglia da appuntarsi sul petto. Alberto Cavallari scrive: “Ha scritto, in quarantadue anni, ventinove romanzi intorno alla storia di una sola famiglia. Gli Stati Uniti hanno “Via Col Vento”. L’Italia ha la “Saga dei Vela“. Questa saga costituita da dodici romanzi, scelti tra i ventinove originari, la si legge con l’aiuto di un albero genealogico stampato all’interno della copertina. L’azione dura cent’anni . Le generazioni che vi compaiono sono cinque. Le pagine totali sono 2581. E’ il romanzo più lungo in lingua italiana. I personaggi inventati sono 293”. Un romanzo corposo che andrebbe ristampato, per diffondere la conoscenza dell’autore del Piccolo alpino. Quando pubblicava un libro, non si dimenticava mai di inviarne una copia al sovrano che aveva conosciuto Re Umberto II, un tributo, per rendergli l’esilio meno duro.

Nel cuore di Gotta vi albergava una grande lealtà verso Casa Savoia. Le persone che si sono amate non si devono dimenticare come accade, spesso, in una società che corre come la nostra, e non sente l’esigenza di ricordare la sua storia e le sue radici. Nelle scuole i professori non propongono agli allievi letterati diversi da quelli inclusi nel pacchetto scolastico  confezionato in anticipo. Se qualcuno esce dal gregge, rimane in balia dei lupi. Salvator Gotta, a quarant’anni dalla morte, spero che sia ricordato con penne che non si risparmino all’elogio.

Riscoprire un grande scrittore

Alla sua morte, uscì un interessante articolo di commemorazione scritto da Carlo Sgorlon.  Lo scrittore friulano, mancato dieci anni fa, gli diede giustizia nelle pagine de Il Giornale. “Egli passò indenne attraverso tutte le rapide e le cascate del Decadentismo e delle avanguardie. Pirandello e Svevo non gli dissero nulla. Conservò sempre un’immagine serena e famigliare del mondo. Il suo spirito non fu intaccato da dubbi esistenziali, da nichilismi, da schizofrenie, da angosce di nessun genere. Il fiume copioso della sua narrativa si snodò limpido e schietto. I suoi veri maestri furono tutti scrittori dell’Ottocento. Egli stesso ne ha illustrati due, Fogazzaro e Giacosa, in un libretto assai più vicino alla narrativa che alla critica letteraria. Proprio per questo, oltre che per l’assenza quasi totale di istanze sociali o sociologiche, Gotta ci appare uno scrittore tanto lontano. Con lui se ne va un altro lembo di passato. Un passato che oggi può far sorridere per la sua ingenuità e la sua semplicità; ma che sfiora, in fondo, anche i territori del nostro rimpianto”. Uno scrittore insomma i cui libri andrebbero ristampati come meritano. Ci auguriamo che anche grazie a questo articolo su Il Primato Nazionale i lettori siano invogliati a scoprire meglio la figura di Salvator Gotta.

Anche un altro giornalista poco ricordato come Orio Vergani scrisse parole commoventi su Gotta; nel suo libro Misure del tempo, edito da Baldini e Castoldi racconta: “Salvator Gotta mi prega di leggere l’ultimo suo romanzo. Trent’anni fa, era il romanziere più “divorato” d’Italia. Oggi, egli va a informarsi timidamente dai librai sul numero delle copie vendute  e porta con molta dignità il suo  tramonto. Mi dispiace pensare che forse egli indovina che non ho letto mai nemmeno uno dei suoi quaranta romanzi. Cerco di fargli credere che le buone letture si riservano per la “vecchiaia”. Il destino non permise a Orio Vergani di diventare vecchio; morì il 6 aprile del 1960 mentre il suo amico Salvator Gotta se ne andò il 7 giugno del 1980.

Emilio Del Bel Belluz

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