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Roma, 11 feb – Il dramma delle foibe e dell’esodo degli istriani, dei giuliani e dei dalmati durante la Seconda guerra mondiale (1939-1945) e nel dopoguerra, che si commemora il 10 febbraio di ogni anno grazie alla legge ordinaria dello Stato 30 marzo 2004, n. 92, non può essere disgiunto da quel sentimento di amore per l’Italia e dalla volontà di appartenenza ad essa.

Una terra a lungo negata

Già in occasione del primo conflitto mondiale (1914-1918), come ricorda l’esule Gianantonio Godeas, molti giuliani e dalmati si sacrificarono combattendo per la Patria e, catturati, furono impiccati, come i più noti Cesare Battisti, Nazario Sauro ed altri innumerevoli eroi della redenzione dell’Istria e della Dalmazia. Pur vincendo la «grande guerra», i firmatari del c.d. «patto di Londra» del 26 aprile 1915, condizionati dal presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson, preferirono limitare l’affermarsi dell’Italia come potenza e così le negarono la costa dalmata (prevista dall’accordo londinese), lasciandole solo l’enclave italiana di Zara, l’isola di Lagosta e quella di Pelagosa. Come ebbe a scrivere il giornalista Luigi Barzini, in un suo saggio del 1915 intitolato Gli italiani e la Venezia Giulia, «gli slavi erano affascinati dalla forza assimilatrice della cultura italiana che dettava abitudini nel lavoro, nella coltivazione della terra e nell’intraprendenza nei commerci. Erano loro a volersi italianizzare, imitando degli italiani l’iniziativa, specie nei ceti abbienti».

Le colpe dell’Austria

Tale fenomeno, tipicamente integratorio, andò avanti fino al 1848, quando l’Austria vide un pericolo per la propria territorialità: al concetto di nazione, come ben osserva Rossana Mondoni nel volume da lei curato Italia, Confine orientale e Foibe che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Milano il 05 maggio 2011, che poteva ben concordare con la peculiare italianità del confine in rapporto all’Impero multiculturale austriaco, «si fece largo l’idea di un nazionalismo con la tendenza a chiudere ogni confronto». Il governo austriaco, infatti, in contraddizione con il suo modello multietnico, utilizzò ogni pretesto per espellere i sudditi di nazionalità italiana o per indebolirne il nucleo, sopprimendo ad esempio le scuole italiane aperte da Napoleone e sostituendole con scuole tedesche. Il Trattato di Saint Germain del settembre 1919, a conclusione della Prima guerra mondiale, annesse all’Italia Trento e Bolzano, ma non ottenne, nella zona orientale, quanto promesso con il patto di Londra per le ragioni sopra elencate.

Il Regno d’Italia dopo il Trattato di Saint Germain del settembre 1919

Il Trattato di Rapallo del 1920 rappresentò la conclusione, salvo il nodo di Fiume (elevato in un primo momento a Stato libero e passato all’Italia solo nel 1924 con il Trattato di Roma), del processo risorgimentale di unificazione italiana, con il raggiungimento dello spartiacque orientale alpino e l’annessione di Gorizia, Trieste, Pola. La rinuncia italiana ai territori dalmati, etnicamente slavi, non compromise però il controllo italiano sul Mare Adriatico, garantito dal possesso di Pola e di Zara, delle isole di Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa e dell’isola di Saseno.

Le «bufale» su foibe e confine orientale

Si può ben comprendere, allora, alla luce di queste brevi premesse, che la tanto vituperata italianizzazione da parte del c.d. «fascismo di confine» va collocata all’interno di un contesto storico e geografico in cui l’italianità era certamente predominante. La stessa trasposizione in lingua italiana di località istriane è destituita di fondamento, nonostante certe opere storiografiche scritte da studiosi che si sono autodefiniti super partes, come Gianni Oliva nel suo libro Foibe: le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria pubblicato nel 2002, sostengano il contrario: Porek non divenne Parenzo a causa del fascismo, dal momento che il nome altro non era che la traduzione di Parentium conquistata nel 177 a.C. dal console romano Sempronio Tuditano, e lo stesso dicasi per Koper (Capodistria) che era la Capris Histriae dei romani.

Quanto, infine, all’occupazione della Jugoslavia da parte del Regio Esercito italiano dal 1941 al 1943 ed al suo operato «oltre i limiti dettati dal codice militare di guerra», non si può dimenticare che le rappresaglie attuate erano mezzi coercitivi con cui lo Stato reagiva ad atti illeciti commessi contro di lui da un altro Stato. In altri termini, attraverso lo strumento della rappresaglia, lo Stato reagiva ad atti antigiuridici con atti parimenti antigiuridici, ma che il diritto internazionale considerava eccezionalmente legittimi e autorizzati (si veda, sul punto, la voce Diritto Internazionale stesa da Pier Silvio Leicht ed Arrigo Cavaglieri nel 1935 per l’Enciclopedia italiana). Decine e decine di militari furono ritrovati con le membra spezzate, evirati e con gli occhi enucleati. Del resto, in piena situazione bellica, quale altro trattamento poteva essere applicato nei confronti di banditi e terroristi che, come narra Arrigo Petacco nel suo libro Esodo, il 27 novembre 1942, dopo una giornata di furibondi combattimenti, fucilarono i superstiti – in spregio alla Convenzione sui prigionieri di guerra – e gettarono gli ufficiali, dopo averli squartati a colpe di scure, in una foiba?

L’inconsistenza dei negazionisti delle Foibe

La controffensiva negazionista, messa in moto da parte della sinistra soprattutto dopo l’entrata in vigore della legge n. 92/2004 istitutiva della giornata del ricordo, pare dimenticare (volutamente) le pulizie etniche titine in Carinzia, Vojvodina e Banato, Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, Macedonia commesse a guerra già conclusa. Il numero delle vittime nei campi di concentramento comunisti jugoslavi è stata valutata al 98%, la più alta della Seconda guerra mondiale, superiore anche rispetto ai campi sovietici.

E noi: non solo con il Trattato di Osimo del novembre 1975 abbiamo definitivamente consegnato la zona B alla Repubblica socialista federale jugoslava sulla quale il nostro ordinamento non aveva fino ad allora rinunziato ad affermare i suoi diritti (cfr. sent. n. 53/1964 Corte cost.), ma nel 1969 l’allora presidente della Repubblica italiana, il socialdemocratico prof. Giuseppe Saragat (Capo dello Stato dal 1964 al 1971), decorò Josep Broz Tito (1892-1980) «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica» con l’aggiunta del Gran cordone. L’Italietta post-bellica da quattro soldi…. ONORE AI MARTIRI DELLE FOIBE, ALLE LORO FAMIGLIE, AGLI ESULI. C’è e vi sarà sempre un’Italia che non dimentica e non dimenticherà.

Daniele Trabucco

* Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/UNIB – Centro Studi Superiore INDEF (Istituto di Neuroscienze Dinamiche «Erich Fromm»). Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico

4 Commenti

  1. sempre bene ricordare,a conferma di come l’Austria temesse la profonda italianità di quei nostri luoghi italiani da sempre,di come la medesima cerco di “slavizzare” con l’aggiunta del suffisso -ICH cognomi italianissimi;

    Rossi quindi diventava Rossich; a proposito,quello che sia stato il Fascismo invece ad “italianizzare” nomi slavi è una delle tante menzogne “democratiche” che spesso si leggono;

    in realtà molti eliminando quel suffisso finale -ICH durante il Fascismo riacquistavano semplicemente il loro cognome italiano originale, poi “slavizzato” dagli Austriaci.

  2. Ma Saragat era sobrio o aveva, al solito, fatto fuori tre fiaschi di lambrusco? E’ solo una domanda eh? Alla fine del periodo c’èi l punto interrogativo.

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