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Dalla katana al revolver. Il saggio che racconta gli intrecci tra Kurosawa e Sergio Leone

by Carlomanno Adinolfi
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Kurosawa, katana

Roma, 2 set – È di questi ultimi giorni la notizia che ha insieme affascinato e sconvolto gli appassionati di Sergio Leone: la Mark Gordon Pictures avrebbe appena acquisito i diritti di Per un pugno di dollari, il capolavoro del 1964 che diede vita allo spaghetti western e che inaugurò la trilogia del dollaro, lanciando Clint Eastwood nell’Olimpo degli attori. L’intenzione sarebbe quella di farne una serie tv. Ovviamente la curiosità è molta così come la preoccupazione: può una serie tv fatta nel periodo in cui le produzioni sembrano più attente al più becero politically correct che alla qualità rendere onore a quello che da tutti è considerato un capolavoro intoccabile? Difficile, ma staremo a vedere. Pare inoltre che la stessa Mark Gordon Pictures, per produrre la serie tv sul western, abbia acquisito i diritti anche di Yojimbo, il film del 1961 di Akira Kurosawa, da noi per lo più noto col titolo La sfida dei samurai.

Kurosawa e Leone a confronto

Non tutti infatti sanno che il celeberrimo western di Sergio Leone prese spunto dal chanbara – termine che indica il genere cappa e spada nipponico – di Kurosawa in modo così palese che all’epoca fu accusato di plagio, finendo poi per dover pagare i diritti alla Toho Film, la casa di produzione di Yojimbo. Il fatto che chi produrrà la serie tv abbia preso i diritti di entrambi i film potrebbe voler dire che si cerchi quanto più possibile l’attinenza al materiale originale. Ma fu davvero plagio quello di Leone ai danni di Kurosawa? Proprio su questo ci viene aiuto il recente saggio di Riccardo Rosati, Dalla katana al revolver: Kurosawa e Leone a confronto, edito dalla Profondo Rosso di Luigi Cozzi. Rosati, che è insieme yamatologo e critico cinematografico, proprio partendo dal contesto culturale e cinematografico giapponese e arrivando al contesto italiano e americano e soprattutto alla mitologia western, ci dimostra che il film di Kurosawa fu per Leone solo uno spunto da cui partire.

A differenza del rapporto, che occupa la seconda parte del saggio, tra I Sette Samurai e I Magnifici Sette che fu un remake quasi pedissequo che ha cambiato solo ambientazione e nomi rispetto all’originale, quello tra Yojimbo e Per un pugno di dollari è molto più complesso. Rosati dimostra abilmente come il chanbara di Kurosawa sia quasi “dissacrante” nei confronti del genere e tutt’altro che celebrativo, una vera e propria decostruzione che mostra la realtà rurale del Giappone fatta di povertà e miseria con un protagonista samurai che è in realtà un ronin, un soldato senza padrone e dalla moralità a dir poco fluida, quasi un mercenario, dotato di un’ironia sarcastica molto poco comune nei tratti nipponici “classici” e che affronta un gruppo di banditi che sembrano antenati della moderna yakuza, figli di una criminalità del contesto contadino abbandonato dal potere centrale che si presenta solo come burocrazia.

Il film di Leone, la cui trama ricalca comunque in toto il film di Kurosawa da cui “copia” anche molte inquadrature e sequenze, è anch’esso una decostruzione del mito americano della frontiera ma la sua decostruzione è uno spunto per la creazione di un nuovo mito che non è solo un ridare linfa a un genere che da anni era diventato stantio e obsoleto. Si passa infatti dal mito del cowboy che conquista la terra selvaggia al pistolero di fatto anch’esso bandito, al pari dei suoi avversari e nemici, che in un contesto di polvere e desolazione che trova la sua strada in modo individualista e quasi anarchico, un modello quasi stirneriano e jungeriano di anti eroe che grazie alla trilogia del dollaro culminata con Il buono, il brutto e il cattivo diventa un nuovo archetipo per un genere svuotato dai cliché americani e rinnovato dal genio del regista italiano.

Il simbolo della katana

Interessante poi l’evoluzione che dà il nome al titolo del saggio, con la katana dei film di Kurosawa che da simbolo anche metafisico oltre che iconico diventa una semplice arma al pari di tante altre mentre il revolver del pistolero solitario diventa a sua volta da semplice arma a icona e simbolo, grazie anche al famoso duello tra “l’uomo con il fucile” e “l’uomo con la pistola”. A impreziosire il saggio vi è poi l’appendice di Gianluca Di Fratta, orientalista che si occupa di fumetto e animazione giapponese, con un’analisi delle contaminazioni chanbara e western nel mondo degli anime, con molti riferimenti proprio alle influenze di Kurosawa e Leone. In attesa della serie tv che per ora è solo annunciata e che deve ancora entrare in fase di pre-produzione, il testo di Rosati è un buon motivo per ripassare i due capolavori dei due maestri del cinema con uno sguardo più attento e dettagliato.

Carlomanno Adinolfi

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