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La grande “beleza”: il lungo viaggio del Bramante fino all’Oscar

by Simone Pellico
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BramanteRoma,14 apr – Donato Bramante, come tutti gli artisti della sua epoca, viaggiava.

Viaggiò fra le città: Urbino, Milano, Pavia e Roma; viaggiò fra i secoli: XV e XVI; viaggiò fra gli stili: il gotico e il rinascimentale; viaggiò fra le arti: pittura, scultura, musica e poesia; viaggiò infine fra i poteri: ducato e papato. Uno straordinario anello di congiunzione in una catena d’oro, scivolata come un rosario fra le mani di altri artisti legati al Bramante, da Piero della Francesca a Filippo Brunelleschi e Leonardo da Vinci.

Da Urbino partì con la lezione prospettica di Piero della Francesca nella borsa, per approdare al Ducato di Milano, dove condivise con Leonardo l’influenza dell’opera vitruviana. I due quasi si sovrapposero nella circonferenza dell’homo leonardesco, e a quattro mani chiusero la saracinesca sul gotico milanese per aprire l’esperienza rinascimentale della città. Quel rinascimento di cui Brunelleschi era il fondatore in architettura, e che Bramante sfiderà in molte sue opere, sulle quali incombe l’ombra della miracolosa cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze.

Bramante già costruiva guardando a Roma, al classicismo, quando arrivò alla corte papale nell’anno santo 1500, Caronte fra due secoli cruciali per l’arte italiana. Misurava e camminava fra i resti della Roma antica a grandi passi, anticipando il turismo dell’anima nera di Piranesi in quei luoghi. Bevve dalla sorgente della sua architettura, e se ne lasciò riempire come un novizio, continuando il suo viaggio artistico senza sosta, reinventando la propria visione, asciugando lo stile decorativo con panni monumentali. Bramante non si è mai ripetuto, votato alla ricerca sempiterna di nuove soluzioni, nuovi materiali, nuove sfide architettoniche. Se avesse avuto altro tempo avrebbe traghettato l’arte italiana verso il moderno, in architettura come in pittura.

Ha lasciato semi che sono sbocciati per tutto il cinquecento, e soluzioni ricalcate pure successivamente. “Inventor e luce della buona e vera architettura”, scrivevano ancora di lui un secolo e mezzo dopo la sua morte. Quella morte di cui cade in questo periodo il cinquecentenario. Un numero che richiama l’annus domini del suo arrivo a Roma, e che suona per lui proprio come un anno santo, impreziosito da un riconoscimento postumo: l’Oscar alla scenografia. La Grande bellezza di Paolo Sorrentino infatti evoca la Roma di Bramante, le architetture mute e senzienti, ferme e vibranti, che esprimono molto di più delle ombre umane che fra di esse si aggirano. Come il tempietto di San Pietro al Gianicolo, un’opera esemplare e monumentale mignon, un gigante in miniatura sulla strada fra il Pantheon e opere successive, come la cattedrale di Saint Paul a Londra.

Il Bramante nomen omen, aggettivo sostantivato artistico, che in un suo scritto, l’unico che ci sia pervenuto, interpretando Vitruvio indicava fra le caratteristiche dell’architettura proprio la “beleza”. Indubbiamente “grande”.

Simone Pellico

 

 

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