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Questo articolo, che svela aspetti inediti della vita di Ernest Hemingway, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2019.

Quasi mai un genio sa di essere tale. Il sospetto permane: e se avessi preso un abbaglio, se anche i miei contemporanei fossero stati troppo magnanimi nel giudicarmi? E, in effetti, ciò non è da escludersi. Il successo, in tal senso, non è per niente garanzia della propria grandezza. Simili dubbi non dovevano certo attanagliare Ernest Hemingway. Almeno, stando a quanto risulta dalla mole sterminata di lettere, fotografie, manoscritti e oggetti dei più vari – finanche ricevute dei ristoranti – lasciati dallo scrittore a futura memoria, quasi volesse fornire una via più agile ai posteri per ricostruire la sua biografia, come se già sapesse di essere destinato all’immortalità. E questo si può ben notare in Hemingway: l’uomo, il mito di Michael Katakis, (Mondadori 2019), che racchiude una selezione di tutti questi documenti conservati presso la Hemingway Collection, alla John F. Kennedy Library di Boston.

In estrema sintesi, l’opera è un massiccio volume per appassionati, ma funge anche da eccellente propedeutica al lavoro dello scrittore in questione. L’imponente raccolta di immagini – davvero notevole per tempi che non conoscevano le possibilità del digitale – dimostra come Hemingway sia stato uno degli scrittori più fotografati della storia. Ma sono le lettere sparse che vengono presentate ad attirare ancora di più l’attenzione, per i molti passaggi da evidenziare e su cui soffermarsi a meditare. Volendo azzardare, si potrebbe addirittura sostenere che anche chi sia totalmente a digiuno della grande opera di questo autore potrà comunque trarne non pochi stimoli e insegnamenti.

Specchio del proprio tempo

La prima cosa che salta all’occhio, o meglio che colpisce in piena faccia – data la passione dell’autore di Addio alle armi per la boxe –, è che Hemingway, nel fare letteratura, ha un intento ben preciso: raccontare il suo tempo. Pensate: quanti sono oggi a farlo? Gente che vince lo Strega scrivendo del Ventennio, senza averlo mai vissuto; altri che raccontano la storia delle assaggiatrici di Hitler. Lo scrittore americano, invece, narra del suo mondo, di ciò che ha visto: la guerra, le corride, l’America. Insomma, ciò che massimamente ha segnato il periodo, eventi che lui non ha mai cercato di allontanare da sé per chiudersi in una torre d’avorio alla stregua degli odierni radical chic: «La guerra – ha scritto – è il miglior soggetto possibile. Raggruppa il massimo del materiale e accelera l’azione e tira fuori cose di ogni tipo che normalmente dovresti aspettare una vita per vedere». 

Hemingway inviato di guerra

E lui c’è. È in Italia durante la Prima guerra mondiale, in Spagna per la guerra civile, a Parigi durante la Liberazione. Anche quando comincia a scrivere su un giornale, e praticamente è ancora un ragazzino imberbe, si capisce che è proprio questo ad esaltarlo, l’incontro con la vita vera: «Mi sto divertendo moltissimo!!! Ho avuto il mio battesimo del fuoco il primo giorno, quando è esplosa un’intera fabbrica di munizioni. […] Domani vado al fronte. Oh, ragazzi!!! Sono felice di esserci», scrisse una volta entusiasta.

Anche quando parla della delusione amorosa per la sua prima relazione davvero importante, quella con un’infermiera conosciuta in guerra, si evince che Ernest non ha paura del dolore, ma lo affronta come parte inalienabile dell’esistenza, come un destino, e lo fa con un senso di virile sopportazione della pena: «Suppongo che amare faccia bene in ogni caso». Quanti scrittori oggi conoscono la vita vera, i problemi del loro tempo? Quanti ci si sono confrontati? Quanti hanno reale cognizione dei drammi della gente comune, quella che abita nel loro stesso quartiere? Dandovi una risposta, scoprirete perché quasi nessuno di loro sia vero e segnante come Hemingway: «Per scrivere della vita devi prima viverla», notò giustamente.

Maestro di stile

Altro aspetto particolarmente evidente è che, parlando del maestro americano, il testo in questione impartisce una vera e propria lezione accelerata di scrittura creativa – altro che i corsi della Scuola Holden. Al Kansas City Star, il giornale dove tutto ebbe inizio, c’erano delle regole da seguire, le stesse che avrebbero poi caratterizzato la sua prosa narrativa: «Usare frasi brevi. Usare paragrafi d’apertura brevi. Usare un inglese energico. […] Evitare l’uso di aggettivi. […] Eliminare ogni parola superflua». E, infatti, il New York Times, nel 1925, scriverà di lui: «Il suo linguaggio è nerboruto e atletico, colloquiale e fresco, duro e pulito, tutta la sua prosa sembra possedere di per sé una natura organica». 

Tra le altre cose, Hemingway è campione del politicamente scorretto. Gioisce quando, finalmente, il direttore di una rivista smette di tormentarlo per l’uso dell’epiteto «figlio di puttana» nei dialoghi. E a un certo punto, in preda alla rabbia, scrive una lettera – che, però, non è dato sapere se sia stata poi inoltrata – al senatore Joe McCarthy, sfidandolo a muso duro: «In realtà non penso che lei abbia il fegato per battersi con un coniglio; figuriamoci con un uomo. Sono vecchio ma mi piacerebbe darle una lezione veloce». Immaginate se oggi uno scrittore mandasse una missiva simile a qualcuno del Pd, per esempio a Fiano – lasciamo perdere la Boldrini, che lo denuncerebbe per machismo aggravato ed eccesso di mascolinità tossica. Certo lui non si sarebbe scusato cospargendosi il capo di cenere, o tornando a casa con la coda tra le gambe, perché «sappiamo che la guerra è brutta. Eppure a volte è necessario combattere». Inutile, infine, precisare le sue opinioni sul tema omosessualità – uno dei tanti direttori di riviste che pubblicarono i suoi racconti viene bersagliato proprio su questo aspetto –, prima che qualcuno a sinistra si penta di averlo tanto osannato.

Scherzi a parte, in questo bel libro, il lettore, appassionato o meno che sia, troverà l’esempio di un’esistenza da cui l’arte scaturisce per forza propulsiva e sanguigna, senza infingimenti, o edulcorazioni, «cercando di cogliere la sensazione della vita vera». E l’essenza di questa vita è ovviamente tragica e violentissima, adatta unicamente a un animo virile. Per dirla con John Steinbeck: «Lui aveva un solo tema – uno solo. Un uomo si scontra con le forze del mondo, chiamate destino, e le affronta con coraggio». Volendo aggiungere due parole: per uno scrittore che voglia davvero dirsi tale, non esiste altra via.

Matteo Fais

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2 Commenti

  1. W il Verismo + ……………., il pessimismo costruttivo! Antipositivista sempre.
    Sotto con le obbiezioni serie!

  2. Hemingway è antitetico ai miei IDEALI ….. punto , bravo scrittore ?

    Me ne Frego !

    Ha “sbirciato” e scritto dei miei Nonni e di mio Padre che la guerra hanno COMBATTUTO !
    bello GUARDARE e scribacchiare .

    La guerra non è nei suoi racconti , é SANGUE e ONORE , Blut und Ehre , blood and honor .

    Non con la penna , ma col FERRO si difende la PATRIA .
    «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!»

    usque ad victoriam

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