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Roma, 3 nov – Valentino Quintana, giornalista, laureato in Lingue, letterature e culture moderne, autore del romanzo Fratelli Contro della casa editrice Leone Editore. Collabora con diversi quotidiani cartacei e online. Prima di Fratelli Contro ha pubblicato Carattere italiano della Venezia Giulia e della Dalmazia assieme a Vittorio Vetrano. Questo è il testo del suo intervento al V convegno di Essere italofoni, tenuto a Trieste il 26 ottobre 2019: “Per una memoria pubblica di D’Annunzio a Trieste“, che prendendo spunto dalle polemiche sorte dalla decisione dell’amministrazione comunale triestina di dedicare una statua a D’Annunzio, sostiene la legittimità e la fondatezza di questa scelta e di una memoria pubblica di D’Annunzio a Trieste sulla base di motivazioni storiche e culturali. [IPN]

Per una memoria pubblica di D’Annunzio a Trieste

Tema particolare quello di queste righe, ossia la “memoria pubblica di Gabriele D’Annunzio a Trieste”. Dopo le assurde ed immotivate polemiche, che hanno coinvolto persino la presidente della Repubblica croata circa la presenza sul territorio nazionale, ed in particolar modo nella città di Trieste di una statua dedicata a Gabriele D’Annunzio, è giusto chiarire alcuni punti fondamentali, sia da un punto di vista letterario, che storico.

Sul fronte della scrittura, Trieste è una città, come abbiamo già visto nel precedente convegno, votata ad un grande respiro letterario, che ha coinvolto scrittori italiani ed europei. A questo proposito, recentemente, l’amministrazione ha avanzato la sua candidatura come “Città della letteratura Unesco”. L’Assessore ai Teatri Serena Tonel, in Agosto, ha presentato l’iniziativa con queste parole: “Una candidatura importante. Il patrimonio immateriale di questa città è inestimabile. Scrittori importanti hanno lasciato non solo le loro opere ma anche un’impronta che si può percepire nella vita cittadina di ogni giorno. Mi riferisco a Saba, Joyce, Svevo ma anche a Ivo Andric, nonché ai nostri Slataper, Stuparich, Blazen, Magris. E l’elenco potrebbe continuare a lungo”. Ad alcuni degli scrittori citati, sono dedicate statue presenti nel centro della città, divenute tra l’altro, delle vere e proprie attrazioni turistiche. Non si capiva per quale motivo, D’Annunzio non potesse trovar spazio a Trieste, e perché una sua statua avesse potuto rappresentare una sorta di provocazione.

L’obiezione nei confronti della “statua della discordia” che ho rilevato più spesso nella mia ricerca, sarebbe stigmatizzata in questi termini: “Gabriele D’Annunzio non c’entra nulla con la città di Trieste”. Si tratterebbe pertanto di una provocazione fascista, alla quale non bisogna dar credito alcuno. A peggiorar le cose, sempre secondo la presidenza croata, sarebbe la data scelta per l’inaugurazione, ossia il 12 settembre, centenario dell’impresa di Fiume.

Il mio compito è rispondere alla prima obiezione, poiché la seconda non ha proprio alcun fondamento, e riuscire così a configurare la dimensione del poeta nella città di San Giusto.

Gabriele D’Annunzio, perfetto interprete del sentimento nazionale, e quindi fautore dell’intervento in guerra contro l’Austria – Ungheria, ha sempre guardato al compimento del Risorgimento e al completamento dell’unità nazionale. Nel 1904, dopo i moti universitari di Innsbruck, lanciava un interessante messaggio a Cesare Battisti, il cui testo era rivolto contro il governo austriaco che tacitava gli studenti delle terre irredente invocanti l’Università italiana Trieste. Pertanto, già dai primi del 1900, la visione di D’Annunzio era protesa al confine orientale italiano, e tale rimase per il resto della sua vita, quale magnifico assertore d’italianità di quelle terre.

Giungendo alla guerra mondiale, il 24 luglio del 1915, quindi due mesi esatti dalla dichiarazione di guerra, D’Annunzio lanciava questo messaggio ai Triestini: “Coraggio Fratelli! Coraggio e Costanza! Combattiamo per liberarvi. Conquistiamo terreno ogni giorno: fra breve tutto il Carso sarà espugnato. Abbiamo la certezza della vittoria. Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima. E’ prossimo il giorno della grande allegrezza. Dall’alto di questo velivolo italiano, che conduce il prode Miraglia, a voi getto questo messaggio ed il mio cuore io Gabriele D’Annunzio“.

Il poeta comincerà, da quel giorno, ad intermittenza, una serie di raid aerei volti a sollevare il morale dei triestini, piegati dal grigiore delle privazioni del governo austriaco, e tesi a stabilire un contatto spirituale con essi. Nel gennaio del 1916 riparte da Venezia alla volta di Trieste per un altro raid. Se Trieste non fosse stata nel cuore di D’Annunzio, non avrebbe scelto di rischiare la vita con azioni temerarie e dall’esito incerto, nonché, il più delle volte, prive di scopo militare.

Il poeta, volontario di guerra, è stato fante del Veliki, del Faiti e del Timavo. Il rapporto con questo territorio, con il Carso, può definirsi di immedesimazione totale. Come per i fratelli Stuparich la visione di Trieste dalla Rocca di Monfalcone diveniva qualcosa di essenziale e magico, allo stesso modo per D’Annunzio il Carso, il goriziano e la prima provincia di Trieste divengono luoghi del cuore. Per giungere a Trieste il poeta, come tutti i soldati d’Italia, assurge al sacrificio necessario. Così, egli rievoca nella “Preghiera delle Baionette” i territori della sua battaglia: “(…) Rivedo il sabbione biondiccio, le passerelle sulla mota, le torri del legno nascoste nella fronda delle querce, la Sdobba azzurra, un lembo nel Bosco Cappuccio, Ronchi, Doberdò, la selva di Monfalcone, la Rocca, e Duino sul precipizio di rocce, e lo smottamento rosso di Sistiana, e laggiù Barcola, e laggiù Trieste, tutta l’Istria cilestrina“. Le visioni, le apparizioni e i sogni rapiscono il suo spirito ogni qualvolta D’Annunzio rievocasse la grande guerra d’Italia. Nella “Pasqua di Promissione”, D’Annunzio rievoca il sangue: dell’Isonzo, di San Michele, di San Martino, Monfalcone, Vermigliano, Rubbia, Boscomalo, Doberdò, Merna, Debeli, Pecinka, Veliki, Faiti”. Non sono forse questi territori che gravitano intorno a Trieste, assieme al fiume Timavo, sacro alla Patria e al Poeta?

Nell’agosto del 1916 viene condannato a morte Nazario Sauro, marinaio Capodistriano, fulgido assertore d’italianità, fuoriuscito adriatico impegnato in una pericolosa missione contro l’Austria – Ungheria. Un duro colpo per i volontari di guerra nell’esercito italiano, il completamento del martirio dopo l’impiccagione di Battisti, Filzi e Chiesa.

Nel trigesimo della morte, il poeta pescarese manda questo messaggio alla moglie: “Cara Signora, ieri non seppi dirle la mia commozione se non con le parole abituali che tutto impoveriscono. Quasi per ammenda, oso stamani offrire a Lei questo fresco fascio di fiori, e questo canestro di frutti alla Sua piccola Albania Romana che ha negli occhi il lampo del padre. Gli uni e gli altri furono colti all’alba, in sogno, dentro un orto veneziano di Capodistria. Capodistria, succiso adriaco fiore! Da ieri, dopo il racconto del venerando fuoriuscito, imagino che il buono eroe dorma accanto a Ernesto Giovannini, nello scapo d’acciaio posato in fondo al mare che bagna la città di San Nazario. Rimane sveglio il suo fiero Nino per guardare l’avvenire e per gridare sempre contro i “lugheri”: Viva l’Italia! Il suo devoto, Gabriele D’Annunzio. Venezia, 9 settembre 1916“.

Nel cuore di D’Annunzio i fuoriusciti adriatici avevano un posto speciale. Il 22 marzo del 1918, da Venezia, il poeta offriva a questi “questo segno il marinaio che incontrò l’ombra di Nazario Sauro alla Galiota, nella notte del Quarnaro”. In parole povere, offriva loro se stesso.

Ho letto, in certe obiezioni, che D’Annunzio non fosse amato dai triestini. In realtà, le attestazioni di fede, dimostrano l’esatto contrario. Al termine della guerra vittoriosa, il poeta giunge a Trieste, dopo 4 anni di logorante guerra (e da parte dell’uomo d’arme di diverse azioni eroiche), si inginocchia di fronte alla Basilica di San Giusto, il 19 gennaio 1919. Rivolge un reverente omaggio ad Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta, comandante dell’invitta Terza Armata. Secondo il poeta, “la libertà di Trieste riconosce in lui tutte le virtù del soldato e del capo”, e “le campane di San Giusto rispondono per tutto il Carso le campane di fuoco già udite dai compagni della Terza Armata”. E come risposero i cittadini di San Giusto? Secondo la personale testimonianza dello storico antifascista Fabio Cusin, triestino e autore della famosa “Antistoria d’Italia”, “una folla di donne e giovani delle classi borghesi si precipitarono con una specie di follia collettiva verso l’automobile che portava quest’uomo”. Qualora non vi fosse stato interesse, o viceversa, odio, nessuno si sarebbe “precipitato” a vedere l’eroe della Beffa di Buccari o del Volo su Vienna.

Un capitolo a parte meriterebbe l’impresa fiumana, che nasce con la congiura di Ronchi del Legionari. L’origine è stata possibile grazie ad un matrimonio perfetto: uomini che han lottato nel Carso o nella Bainsizza, incapaci di comprendere come una città autoproclamatasi italiana potesse non rientrare nei confini nazionali, ed un poeta – soldato disposto a tutto, realizzando quella che fu la sua opera d’arte. Una costituzione d’avanguardia per l’epoca e per i nostri giorni, realizzata da un grande Sindacalista, l’inizio di una religione politica con dei veri e propri riti, la ribellione contro la plutocrazia. Occorre notare che quella città fu Fiume perché Trieste era già divenuta italiana, altrimenti, se per collocazione geografica fossero per esempio invertite, allora oggi parleremo di “Impresa di Trieste”.

Il poeta di Pescara evocava nei suoi discorsi tutti i grandi nomi della Venezia Giulia, da Scipio Slataper ad Ercole Miani. Le azioni belliche, per le quali D’Annunzio perse anche un occhio, avevano un unico scopo: il confine orientale.

La canzone del Quarnaro, la Lettera ai Dalmati, i proclami della città di Fiume hanno un unico comune denominatore: l’Italianità della Venezia Giulia.

In questa disamina si può tranquillamente comprendere la completa compartecipazione di D’Annunzio alla città di Trieste e alla Venezia Giulia, e si può rigettare in toto l’accusa di estraneità.

Ecco perché D’Annunzio merita un posto d’onore in questa città: non solo come Fante del Veliki, Faiti e Timavo. Non solo come aviatore su Trieste, Parenzo o Pola. Bensì come erede delle migliori tradizione adriatica, letteraria e militare. Unico neo? Avere amato Trieste e la Venezia Giulia più dei triestini e dei giuliani stessi.

D’altronde, il suor ragionamento era ben più profondo. Citandolo le sue parole, “E che mi importa d’esser vinto nello spazio, se sono destinato a vincere nel Tempo”, quest’ultimo, gli darà la ragione che merita.

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