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Roma, 9 feb – L’11 febbraio 1929, a Roma, Benito Mussolini e il cardinale Gasparri (segretario di stato della Santa Sede) siglarono un concordato, un trattato e una convenzione finanziaria con cui fu sanata la frattura tra lo Stato unitario e la Chiesa cattolica provocata dall’esito delle guerre d’indipendenza, che avevano portato alla dissoluzione del dominio temporale del papato.

La Conciliazione tra la Chiesa e l’Italia sancita da questi Patti Lateranensi, che indusse papa Pio XI a descrivere Mussolini come «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare», apportò innegabili vantaggi a entrambe le parti, sia alla Santa Sede sia al Regime fascista, al punto che, per questo secondo aspetto, si è parlato di un Duce pronto, pur di guadagnare il consenso dei cattolici, a scendere a compromessi con il potere ecclesiastico tradendo l’eredità laica del Risorgimento. In realtà quello che accadde nel decennio successivo alla Conciliazione dimostra che i rapporti tra Regime e Santa Sede non furono esenti da tensioni e conflitti anche aspri.

La crisi dell’Azione Cattolica

Già nel 1931, per esempio, si aprì una crisi sulla questione delle associazioni del laicato cattolico, in particolare l’Azione Cattolica e la Gioventù Cattolica a essa collegata. Si trattò di uno scontro riconducibile, secondo Renzo De Felice, alla volontà del Regime «di non permettere [che gli] fosse sottratta la formazione morale e politica delle nuove generazioni» le quali, dal 1926, erano inquadrate nell’Opera Nazionale Balilla e nelle altre organizzazioni giovanili del Partito Nazionale Fascista, ma che dipendeva anche dall’affiorare, in seno all’AC, di tendenze politiche più o meno apertamente antifasciste (Mussolini il duce. I. Gli anni del consenso).

La polemica assunse toni a tal punto aspri da provocare la discesa in campo dello stesso Pio XI che prima, in una lettera dell’aprile 1931, accusò il regime di “corrompere” la gioventù rendendole difficile, a causa degli impegni nelle organizzazioni fasciste, la pratica dei doveri religiosi (il papa se la prendeva addirittura, mettendone in questione la moralità, con i «pubblici concorsi di atletismo femminile»), e poi, alla fine di giugno dello stesso anno, emanò l’enciclica Non abbiamo bisogno, in cui lamentava il tentativo, da parte di Mussolini, «di colpire a morte quanto vi era e sarà sempre di più caro al Nostro cuore di Padre e Pastore di anime», ovvero l’AC e le sue ramificazioni giovanili.

Come sintetizza De Felice, il documento era diviso in due parti: nella prima il papa attaccava «la campagna di false e ingiuste accuse [da parte fascista]» che aveva preceduto lo scioglimento delle associazioni giovanili e universitarie cattoliche (decretato a maggio su disposizione di Mussolini ai prefetti); nella seconda, tornava sulla questione dell’educazione della gioventù e rivolgeva al Regime l’accusa di volerne assumere il monopolio sulla base di «un’ideologia [quella fascista] che si risolve[va] in una vera e propria statolatria pagana», in contrasto non solo con i “diritti naturali” della famiglia, ma anche con quelli “soprannaturali” della Chiesa. Si trattava di addebiti gravi, che trascendevano la questione dell’AC e puntavano al cuore di quella che, secondo il papa, era la visione del mondo fascista, sebbene nella conclusione dell’enciclica si leggesse una “mano tesa” a Mussolini nel punto in cui Pio XI scriveva che «con tutto quello che siamo venuti finora dicendo, Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime come tale». Era, quest’ultima, un’apertura che Mussolini non si lasciò sfuggire visto che, dopo serrate trattative, a settembre si addivenne a un accordo che, di fatto, manteneva in vita l’AC come sola organizzazione di massa non assorbita nelle strutture del Regime, costringendola però a rinunciare a ogni attività che non fosse di natura esclusivamente religiosa; un esito della controversia che, come chiosa De Felice, costituì «in quel momento per la Chiesa una sconfitta […] storicamente indiscutibile».

Le leggi razziali e il vulnus al Concordato

Le tensioni tra Mussolini e Pio XI si riacutizzarono, dopo un periodo di tregua, nel 1938, sia per il riaccendersi della polemica sull’AC sia per il varo delle “legge razziali” (in particolare il Regio decreto-legge 17 novembre n. 1728 intitolato “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”) che introducevano nell’ordinamento giuridico, insieme al principio razzista, la discriminazione antiebraica.

La “vulgata” ha spesso accreditato l’idea di una Chiesa che si oppose alle leggi razziali o che comunque, grazie al suo magistero morale, ne attenuò il consenso tra gli italiani e anche tra gli stessi fascisti. La realtà fu ben diversa. Non solo, come scrive De Felice (Mussolini il duce. II. Lo Stato totalitario), «un moderato antisemitismo era pur sempre nella tradizione cattolica» e alcuni ambienti vaticani «non nascondevano di vedere nei provvedimenti razziali “alcuni lati buoni”» (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo), ma anche un pontefice come Pio XI, che nel settembre 1938 aveva definito i cattolici “spiritualmente semiti” e che, nell’enciclica Mit brennender Sorge (“Con viva ansia”) del marzo 1937, aveva condannato esplicitamente il razzismo nazista, si guardò bene dal fare, sulla discriminazione degli ebrei, la voce grossa che aveva fatto per tutelare le prerogative dell’AC. Infatti l’azione della Santa Sede fu diretta a ottenere da Mussolini solo una modifica della legislazione razziale, non a contrastarla in toto e comunque, per citare ancora De Felice, lo scontro riguardò essenzialmente un dettaglio tecnico, ovvero il vulnus che gli articoli 1, 5 e 6 della legge 1728 avrebbero inferto alla norma del Concordato sugli effetti civili del matrimonio religioso (art. 5 della legge 27 maggio 1929, n. 847), i quali sarebbero venuti meno in caso di sposalizi che coinvolgessero ebrei convertiti alla fede cattolica (persone che, per la Chiesa, con il battesimo avevano perduto ipso facto la loro ebraicità). Si trattò dunque di una schermaglia, che rimase su un terreno strettamente “giuridico-concordatario” e che vide la sostanziale sconfitta di Pio XI il quale, pur lamentando con Mussolini la violazione del Concordato, non riuscì però a ottenere che la legge 1728 riconoscesse effetti civili ai matrimoni religiosi degli ebrei convertiti.

L’illusione dello Stato “cattolico e fascista”

Si può discutere a lungo se queste due controversie siano state o meno i sintomi di una incompatibilità “ideologica” tra fascismo e cattolicesimo che, prima o poi, sarebbe emersa in tutta la sua forza dirompente, mettendo in crisi il rapporto di “buon vicinato” tra Chiesa e Regime instaurato dai Patti Lateranensi.

Non è questo il luogo per dare una risposta a domande che investono più la sfera astratta delle riflessioni “metastoriche” che quella, concreta, della ricostruzione e dell’interpretazione storiografica dei fatti. Certo è che, senza dover scomodare le suggestioni che esercitava sul duce la critica di Nietzsche al cristianesimo o le tendenze “pagane” in seno al fascismo che si richiamavano alle teorie di Julius Evola (le quali comunque restarono, durante il Ventennio, spesso marginali), sembra verosimile che lo scontro sull’AC e quello sul vulnus al Concordato abbiano piuttosto portato alla luce quanto fosse illusorio l’auspicio di molti cattolici (sia ecclesiastici sia laici) che lo Stato uscito dalla rivoluzione mussoliniana potesse configurarsi, per citare una riflessione di Pietro Scoppola (La Chiesa e il fascismo), come «fascista e cattolico insieme». Se nell’Intervista sul fascismo di De Felice il movimento di Mussolini si trova collocato più “a sinistra”, tra le forme politiche di ispirazione giacobina, che “a destra”, nei ranghi dei nostalgici della reazione, qualche motivo per effettuare questa scelta lo storico reatino doveva pure averlo.

Corrado Soldato

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2 Commenti

  1. Posso ricordarvi che esiste un Fascismo Ghibellino ???? o mitteleuropeo …..
    Pagano , perchè no ?
    haken creutz e Celtica hanno sempre “risvegliato” in me ANTICHI VALORI !

    Sieg Heil .

  2. Il risorgimento è stato MASSONE e Francese …… non confondiamo , per favore , il Fascismo (anticlericale) con una sorta di continuazione di idee giacobine Franco-Americane …….

    Siamo ALTRO , ben altro …

    Che Ben , furbescamente , citasse risorgimento e Legnano ….. grande comunicatore !
    Ma Ben ….. è mai stato Fascista ?????

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