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Roma, 4 dic – Lunedì prossimo sbarcherà in libreria L’occhio del Vate, il nuovo romanzo di Carlomanno Adinolfi. Edito da Altaforte, la casa editrice più odiata d’Italia, è il secondo romanzo dell’autore dopo Il sole dell’impero (Idrovolante, 2016). Ma dall’ucronia, adesso, Adinolfi ha deciso di passare al thriller. Il protagonista dell’opera è Valerio Pillari, un cacciatore senza scrupoli di testi antichi e libri rari, che riceve l’incarico di risolvere un oscuro enigma legato a Le vergini delle rocce di Gabriele D’Annunzio. E al centro della vicenda c’è proprio un medaglione appartenuto al Vate. Il romanzo sviluppa così un intreccio di ricerche ed enigmi che porteranno il protagonista nei dedali di un segreto forse legato alle società esoteriche degli anni Venti e Trenta e alle forze arcane che tentarono di influenzare gli esiti delle due guerre mondiali. Una vicenda che si scoprirà affondare le radici ancora più indietro nei secoli, in una catena ininterrotta di eventi a ritroso che porta fino alle origini di Roma e della stirpe italica.

Intervista a Carlomanno Adinolfi, autore dell’Occhio del Vate

Come mai hai scelto questo tema per il tuo romanzo? C’entra forse il centenario dell’impresa fiumana?
In realtà è stato un caso, me ne sono accorto dopo che l’uscita del libro sarebbe avvenuta a ridosso di questa ricorrenza. Un caso felice, insomma. Ad ogni modo, già da tempo avevo l’idea, come tipologia, di scrivere una sorta di Codice Da Vinci italico. Ma poi, tra i vari stimoli che arrivavano dalle mie letture, mi sono imbattuto in un saggio di Attilio Mazza sul D’Annunzio sciamano ed esoterico. In particolare sono rimasto colpito dagli amuleti che il Vate commissionava al suo orafo di fiducia per regalarli ai suoi cari come protezione contro la nigra magia. Pensiamo alla tartaruga donata da D’Annunzio a Tazio Nuvolari, agli amuleti per i suoi commilitoni aviatori o al segnalibro regalato a Benito Mussolini.

Quali sono le tue fonti d’ispirazione? Di quali autori ti senti debitore?
Sicuramente devo molto appunto a Mazza, ma ho tratto ispirazione anche dall’opera di Fabrizio Giorgio Roma renovata resurgat: il tradizionalismo romano tra Ottocento e Novecento, nonché da numerosi articoli di Alessandro Giuli pubblicati sul Foglio. A livello narrativo, invece, non posso non citare il Club Dumas di Arturo Pérez-Reverte, libro reso celebre dalla trasposizione cinematografica della Nona porta. Anche se il film di Polański, va detto, non rende onore alla bellezza del libro. Ad ogni modo, credo si possa dire che L’occhio del Vate segue un fil rouge che collega l’antica sapienza romano-italica fino ai nostri tempi.

In un mondo dove ci sono sempre meno lettori, che senso ha fare letteratura al giorno d’oggi?
Proprio per questo motivo è ancora più necessario insistere con la letteratura. In effetti, di questi tempi la gente è più abituata ai saggi che alla narrativa. Ma la saggistica fa appello al razionale, mentre la narrativa – grazie ai simboli e all’intuizione – penetra più a fondo. Il saggio spiega, il romanzo avvince. Quindi la narrativa può avere una potenza di fuoco ben più massiccia rispetto ai testi scientifici: può arrivare anche al lettore comune, e non solo al lettore più colto o preparato.

Si parla molto spesso dell’editoria come di un mondo dominato dalla sinistra. È vero e, in caso, come si può fare per invertire la tendenza?
Senz’altro è così, ma già si intravedono le prime crepe. La battaglia è già cominciata. Basta pensare alla vicenda di Altaforte al Salone del libro di Torino. La sinistra, cioè, si sente minacciata. Puoi toglierle i voti e il consenso, ma la cultura non va toccata. Ecco, bisogna entrare a spinta in questo campo. Dobbiamo aumentare sia la produzione che la distribuzione. E Altaforte, come portale della cultura sovranista, sta lavorando proprio in questo senso. È la giusta direzione. Però, attenzione, non bisogna creare un ghetto, magari più grande, ma pur sempre ghetto. E tutti quanti devono contribuire: questa battaglia essenziale non può essere condotta da una sola casa editrice. Deve essere un lavoro di sistema. Solo così potremo profilarci come un’avanguardia culturale. Insomma, il consenso da solo non basta: dobbiamo creare una cultura che agisca in profondità.

Valerio Benedetti

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