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Roma, 2 mar – In Occidente il sacro è ormai del tutto estraneo alla società, e coloro che professano un culto sono ridicolizzati, o quantomeno considerati superstiziosi dalla gran parte delle persone. In questo momento storico l’elemento spirituale viene sempre più emarginato in favore del più bieco materialismo e tuttavia, anche in questa epoca desolante, il mito continua a perpetuarsi in quanto – come ci insegna Mircea Eliade – esso è storia sacra avvenuta in illo tempore e costituisce per tutta l’umanità un modello esemplare che, replicando i comportamenti di un dio o di un eroe, oppure raccontando le loro gesta, riesce a innalzarsi e a porsi oltre il mondo profano, effettuando un’integrazione nel tempo primordiale.

Non è difficile affermare che lo spettacolo e la letteratura sono alcuni degli espedienti più utilizzati dalle persone per distrarsi, e la distrazione stessa costituisce un modo per ricongiungersi al mito. Nella fattispecie, il bisogno di “ammazzare il tempo” ha comportato nell’odierna civiltà occidentale l’esplosione di tutta una serie di svaghi che consentono all’uomo di “uscire dal tempo”, visto che durante l’orario lavorativo non è possibile evadere dalla routine quotidiana. Si pensi al teatro, al cinema, alla televisione, allo sport, ai concerti e alla lettura.  Al riguardo, Eliade considera che «la lettura costituisce una via facile, nel senso che offre la possibilità di modificare con poco sforzo l’esperienza temporale; la lettura è la distrazione per eccellenza del moderno, gli permette l’illusione di una padronanza del tempo in cui possiamo supporre a buon diritto un segreto desiderio di sottrarsi al divenire implacabile che conduce alla morte».

Mitogonia, il mito come strumento essenziale

Da ciò si deduce che il mito non è morto, ma continua ad accompagnare l’uomo nella sua esistenza attraverso travestimenti che possono essere il sogno, la politica, il cinema, il teatro, la musica e la letteratura. Sul punto ci viene in soccorso la recente pubblicazione di Mitogonia. Epos e icona (Aga Editrice, 2020, 2 volumi, 672 pagine, 50 euro), opera gargantuesca in cui Giacomo Maria Prati esamina sotto un profilo simbolico-mitico e sviscera alcuni degli archetipi da sempre presenti nella coscienza collettiva dell’uomo – come il Graal, l’Inferno, l’Eden Polare, l’Iperborea e la Grande Caccia – ma allo stesso tempo presenta con maestria anche alcune icone della moderna società debordiana dello spettacolo, come Star Wars, Mary Poppins e Sandokan.

Mitogonia, libro

Se in un primo tempo il sistema adottato dall’Autore può risultare difficilmente imbrigliabile nei generi che siamo abituati a conoscere e può quindi disorientarci, pagina dopo pagina si comprende che tutti questi elementi hanno come minimo comune denominatore il mito poiché: «Mitogonia è un metodo isomorfico che tende a ricostruire l’unità del corpo che indaga, sia esso un teso o un’immagine o un sistema di relazioni. Mitogonia si apprezza quale sguardo iconologico attivo, partecipativo, totale, secondo il quale ogni semantica è un arcipelago, una costellazione, e ogni corpo ha una sua semantica […] Mitogonia rifiuta ogni tendenza alla riduzione, all’indifferenziato, alla dispersione, alla fuga dalla terra».

Con Mitogonia. Epos e icona, Giacomo Maria Prati ci fornisce uno strumento essenziale per farci comprendere che anche nel Kali Yuga il sacro continua a permeare la post-modernità, nonostante essa sia un’epoca nella quale l’uomo rivolge le sue pulsioni verso i più bassi istinti bestiali. Sul punto, Maurizio Murelli, facendo riferimento al pensiero di Aleksandr Dugin, ha modo di evidenziare che: «Sarà il Mito, preservatosi nella transizione tra modernità e post-modernità, a risvegliare e a rigenerare il Soggetto Radicale quando tutto sarà tabula rasa, quando tutto sarà cenere. E tutto avrà nuovo inizio nel solco dell’eterna rivoluzione».

Francesco La Manno

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