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lupoRoma, 30 mar – Tratto dal romanzo di Jiang Rong “Il Totem del Lupo” – il libro più venduto in Cina dopo il Libretto Rosso di Mao – “L’Ultimo Lupo” è il nuovo film di Jean-Jacques Annaud, regista noto al grande pubblico per “Il Nome della Rosa” e per “Sette Anni in Tibet” ma da sempre affascinato dal mondo degli animali, come dimostrano i suoi capolavori “L’Orso” e “Due Fratelli”. Il film prende spunto dalla storia di Chen Zhen, giovane studente di Pechino inviato dal governo cinese nella Mongolia Esterna, durante gli anni della Rivoluzione Culturale, con lo scopo di insegnare ai nomadi a leggere e scrivere e soprattutto di diffondere la dottrina comunista.

Ma la storia dello studente diverrà ben presto un reverente omaggio al Lupo delle steppe mongole, animale totemico venerato dai nomadi pastori e guerrieri e odiato dai mercanti di città, e soprattutto una celebrazione della natura vergine e selvaggia, uno spaccato crudo, spietato e spesso crudele della vita delle fiere e di quella delle prede, uno spaccato totalmente scevro dalle edulcorazioni pseudo-intellettualistiche delle più recenti ideologie ambientaliste e vegane. Uno spaccato che ben presto si trasformerà in un abbandono quasi mistico e panteistico verso la natura più furiosa intesa come forza primordiale del cosmo, il cui principio generatore e ordinatore viene venerato sotto la forma del Tenger, il Padre Cielo dei Mongoli, e la cui incarnazione più nobile è proprio il Lupo, come in tutte le tradizioni solari e guerriere.

Il film narra anche dello scontro tra una civiltà fondata solo sulle dottrine e sui libri e una barbarie libera e feroce che basa le proprie conoscenze sull’esperienza vissuta, sulla forza forgiata proprio nell’affrontare e provare sulla propria pelle le difficoltà più estreme, sulla saggezza popolare fondata sulle cose più semplici e che spesso ridicolizza le convinzioni più moderne ed “evolute”. Scontro che si trasformerà ben presto in astio tra il popolo cinese, mercante e mangiatore di riso, verso il popolo mongolo, cacciatore e mangiatore di carne, ritenuto rozzo ed analfabeta ma che proprio per la sua superiorità spirituale e fisica era riuscito a piegare i propri nemici fondando l’Impero più vasto del mondo, fatto per cui i cinesi ancora provano rancore. E quest’astio si concretizzerà nell’odio irrazionale e brutale da parte dei cittadini, dei contadini, dei cinesi e del governo comunista verso la figura del Lupo, il totem del popolo delle steppe.

Fino ad arrivare all’ordine da parte delle autorità di sterminare tutti i lupi della Mongolia, ordine basato sulla sciocca convinzione che il lupo sia un animale feroce e quindi cattivo e pertanto dannoso e pericoloso per la civiltà. Un ordine che rischierà di distruggere l’intero ecosistema delle steppe proprio perché, come tenteranno di spiegare gli analfabeti capi tribù ai grandi intellettuali del governo di Pechino, il Lupo rappresenta la vita, mentre i poveri piccoli animali erbivori che i cinesi vogliono salvare dai cattivi predatori carnivori, sono i più dannosi perché divorano l’erba – la vita della steppa – e fanno proliferare insetti e parassiti che devastano i raccolti e sterminano le mandrie. Lo scontro tra sterminatori e lupi diviene quindi avatar di uno scontro di civiltà, di uno scontro spirituale tra un totem e un anti-totem. Uno scontro tra un popolo massificato e schiavizzato contro un “branco che si muove insieme, come un unico corpo, in una struttura gerarchica in cui ogni elemento sa benissimo quale è il suo compito e in cui ognuno si identifica nella volontà ferrea del capo”.

In mezzo il giovane Chen Zhen, uomo lacerato tra i due mondi ma sempre più attratto e affascinato dalla cultura mongola e dalla figura del Lupo. Lo studente, incapace di eseguire gli ordini del governo, si rifiuta di uccidere un cucciolo di lupo e lo alleverà, affezionandosi sempre di più all’animale e fino a tentare di farne il “suo” lupo. Ma ben presto capirà le parole di Bilig, il vecchio capo mongolo: non si può catturare un Dio per farne uno schiavo. E capirà anche che il suo incontro con il lupetto forse non è stato del tutto casuale e che la sua scelta di allevarlo aveva uno scopo ben preciso: quello di salvare la razza dei Lupi e quindi il Tenger stesso.

Carlomanno Adinolfi

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