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Roma, 19 giu – Sarnano è un piccolo borgo medievale abbarbicato sul versante maceratese dei Monti Sibillini. Durante la seconda guerra mondiale rivestiva una certa importanza strategica per la sua vicinanza con la Strada Statale 78. Tale importanza era giustificata anche dalla presenza sul posto, almeno nella primavera del 1944, del battaglione “IX Settembre”.



Considerata come la prima autentica unità dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, si formò a Tolone subito dopo l’8 settembre da elementi del XLII Btg da sbarco da sbarco CC.NN. Venezia e il L Btg Treviso. Combatté in alcuni dei teatri di guerra più importanti, come ad Anzio per contrastare lo sbarco degli anglo-americani. Sul finire della guerra fu addirittura inquadrato con le truppe tedesche, finendo ad agire anche sul fronte dell’est in Prussia orientale. Non mancò nemmeno di ricevere le attenzioni di Mussolini, il quale ebbe a dire: «Il Battaglione “IX Settembre” è da considerarsi il padre del nuovo esercito repubblicano perché mai voi scioglieste le file, mai deponeste le armi. Se tutti i soldati d’Italia l’8 settembre avessero imitato il vostro esempio, l’Italia non si troverebbe in così tristi e misere condizioni».

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La partita fra “partigiani” e nazisti di Sarnano

Acquartierati a Sarnano insieme al Battaglione “IX Settembre” vi erano anche alcuni reparti di Alpenjäger del II Reggimento della Divisione Brandenburg, in prevalenza altoatesini. Proprio da questi ultimi venne la spinta per un episodio piuttosto singolare. Nell’aprile del 1944 ebbe luogo una partita di calcio fra soldati tedeschi e civili italiani. La data dell’incontro è dubbia, ma viene comunemente indicata nel primo giorno del mese. Secondo le varie ricostruzioni, fu un sergente maggiore della Wehrmacht a decidere di organizzare la partita, avendo scoperto che un abitante del luogo, tale Mario Maurelli, era un arbitro di calcio. Maurelli ebbe poi una lunga carriera e nel dopoguerra arbitrerà ben 98 gare di Serie A.

A lungo dimenticato, questo episodio ha cominciato ad avere una certa notorietà grazie al documentario di Umberto Nigri La leggenda di Sarnano del 2003, che cerca di leggere la partita come una sorta di Fuga dalla vittoria nostrana che avrebbe visti contrapposti nazisti e partigiani, con questi ultimi costretti al pareggio pur di non indispettire i tedeschi. Una lente ideologizzante e sicuramente falsa. Anche un sito come Wu-ming, appartenente alla galassia dell’estrema sinistra, è costretto ad ammettere nel trattare l’argomento che «nessuno dei giocatori di cui vi parleremo sembra infatti essere annoverabile tra le fila dei partigiani combattenti».

Al contrario, la partita testimonia un clima di distensione fra truppe dell’Asse e civili a tal punto che la partita non sarebbe stato nemmeno un fatto isolato. Riporta il libro Sarnano 1944: «I militi erano spesso ospiti delle famiglie della località (dove alcuni avevano trovato la fidanzata) e molte donne del paese si prestavano anche a lavare i panni dei militari. Numerose volte, poi, i giovani di Sarnano avevano affrontato i fascisti in accanite partite di calcio e altrettanto avveniva con i soldati tedeschi»1.

È proprio questo clima di distensione e relativa tranquillità quello che sembrerebbe essere il vero motivo per cui la partita di aprile sia stata dimenticata nel dopoguerra e avvolta dall’oblio. Una memoria scomoda che dimostra i buoni rapporti fra popolazione e fascisti, e che evidenzia come il movimento partigiano sia stato marginale e abbia mancato di un vero e proprio supporto popolare. Alla luce di quest’ultimo punto si possono leggere gli eventi successivi.

La strage partigiana del 31 maggio

Nella notte del 30 maggio alcuni partigiani, appartenenti al Gruppo Nicolò del pesarese Eugenio Pentanelli e del Gruppo di Piobbico di Janki Kilovac, entrarono in azione per colpire i legionari del Battaglione “IX Settembre” in stanza a Sarnano. Cominciarono catturando poco fuori Sarnano il legionario Capanna Piscé. Dopo il rifiuto da parte di Piscé a rivelare dettagli utili per l’attacco al Battaglione, questi venne ucciso con un colpo di pistola dai partigiani.

Il giorno seguente, ovvero il 31 maggio 1944, i gruppi partigiani allestirono un’imboscata contro un plotone di fucilieri che si stava recando come di consueto al poligono di tiro per le esercitazioni. Una volta arrivati al tiro a segno, mentre si stavano schierando per l’attenti, i soldati furono improvvisamente colpiti dal fuoco partigiano. Secondo le ricostruzioni «caddero immediatamente sei militi del “IX Settembre”: il m.llo Panzolato (colpito fra la bocca e lo zigomo), il serg. m. Lorenzo Moro, il serg. Spartaco Moroso e i legionari Giuseppe Tell, William Cerritelli e Giovanni di Julio. Un settimo, il leg. Giuseppe Fazzini, venne colpito a morte pochi istanti dopo»2. In più «rimasero gravemente feriti e morirono più tardi in ospedale il cpr. Zanelli e il leg. Pernice. Furono colpiti anche Italo Di Marzio, Gazzola, Viotto, Esposti e Stefani ma essi riuscirono a reagire in qualche modo all’agguato»3.

Oltre al poligono vi un conflitto a fuoco in una casa del paese. Qui il milite Domenico Cortellini fu investito da una raffica di mitra e ucciso mentre si affacciava alla finestra. Uno sfortunato lancio di granata uccise Romolo Cortellini, cugino di Domenico, e Giuseppe Panara. A vanificare l’azione dei partigiani fu l’intervento del diciassettenne Dazzani. Da poco tornato dal turno di guardia e accortosi degli spari, Dazzani si mise a fare fuoco con un mortaio da 45 costringendo i partigiani alla fuga. Questi ultimi lasciarono sul campo un partigiano colpito da Dazzani e altri due uccisi da Gazzola, nonostante fosse ferito.

L’opposizione del “IX Settembre” alla rappresaglia

A riprova dei rapporti amichevoli fra gli abitanti di Sarnano e i fascisti, ci fu anche la reazione di questi ultimi all’agguato. Infatti, immediatamente dopo l’azione partigiana giunsero sul luogo tre camion di soldati tedeschi per preparare l’ovvia rappresaglia. Dal canto loro i militi del “IX Settembre” si opposero a questa intenzione. Particolarmente intenso fu l’appello del caposquadra Italo Di Marzio. Quest’ultimo era stato colpito presso il poligono, ma era stato tratto in salvo e nascosto da una donna del paese, Viola Brandi. Mentre giaceva in un lago di sangue nella casa della donna, con un filo di voce supplicò il caporale Benito Dazzani, che intanto era sta chiamato dalla Brandi, di non procedere con alcuna rappresaglia contro la popolazione, ammonendo più volte «Dazzani non lo fate, non lo fate!». Fu proprio la fermezza dei fascisti a convincere i tedeschi che quindi desistettero dai propri propositi.

Il comportamento dei fascisti in questo frangente limitò ulteriormente l’efficacia dell’agguato condotto dai partigiani, in quanto «non fu raggiunto, inoltre, un altro obbiettivo, lo stesso che i partigiani, a quanto sembra, si erano posti già due mesi prima con la strage di Muccia, quello di provocare una rappresaglia che rompesse qualsiasi equilibrio fra fascisti repubblicani e popolazione, una rappresaglia che, colpendo degli innocenti, portasse ancor di più la gente dalla parte del movimento ribellistico»4.

Michele Iozzino

1 A. Di Nicola, G. Piervenanzi, R. Scocco, Sarnano 1944, L’ultima crociata, 1994, p. 29

2 Ibid.

3 Ibid.

4 Ivi, p. 33

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