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Roma, 14 mag – Il rientro a casa di Silvia Romano è stato forse l’unico evento mediatico capace di spezzare la monotonia di coronavirus e notizie connesse: da quasi tre mesi su giornali, tv e social non si parla altro che di Covid-19 (come mai accaduto prima per altre notizie, almeno per un periodo così prolungato). Del resto la liberazione di una giovane cooperante, in mano a dei terroristi islamici da un anno e mezzo, è un fatto piuttosto rilevante. Di sicuro poi la passerella del governo, che l’ha esibita come un trofeo, ha fatto sì che se ne parlasse per giorni. Determinanti poi senz’altro le polemiche causate dalla sua conversione all’islam e dalla scelta di tornare in Italia con il velo, elementi che hanno generato un grande dibattito e derby social piuttosto invasivi.

Cos’è la sindrome da donna bianca scomparsa?

Eppure è possibile che questi non siano gli unici motivi che hanno portato il caso di Silvia Romano ad avere un simile risalto. Da anni nell’ambito delle scienze sociali è stata identificata la “Sindrome da donna bianca scomparsa” (in inglese Missing white woman syndrome). La definizione fa riferimento al “grado di copertura sproporzionato in televisione, radio, giornali e riviste riguardo ad avversità, il più delle volte un caso di persona scomparsa, che coinvolge una giovane, bianca, di classe medio-alta (spesso bionda) bella donna o ragazza. Questo grado di copertura è di solito in contrasto con casi riguardanti un maschio scomparso, o donne scomparse di altre etnie, classi socio-economiche o bellezza”. Questa la sinossi che ci offre la pagina di wikipedia in italiano, che riporta parte della ben più ampia spiegazione offerta dalla pagina in inglese

Sì perché gli studi in merito a questo fenomeno sociale provengono principalmente dal mondo anglosassone. Sembra che l’espressione tragga origine da una frase pronunciata da Gwen Ifill, presentatrice del canale Usa Pbs. Mentre a livello accademico sono stati professori come Charlton McIlwain a condurre studi sul “ruolo privilegiato come vittime di crimini violenti nei rapporti dei media” che occuperebbero le donne bianche. Insomma la questione della sindrome da donna bianca scomparsa è oggetto di studi accademici nei paesi anglosassoni ed è parte del dibattito pubblico ormai da quasi vent’anni. Molti sono gli esempi riportati a testimonianza di questa sindrome mediatico-sociale.

I casi Lynch e Steenkamp

Negli Usa si citano decine di casi; uno di questi riguarda il soldato Jessica Lynch, caduta in un’imboscata in Iraq il 23 marzo 2003 insieme ad altre due sue commilitone: Shoshana Johnson e Lori Piestewa. La prima nera e ragazza madre, la seconda di origine nativa americana. La Lynch bianca e bionda aveva ricevuto molta più copertura mediatica, anche a causa dei meccanismi di identificazione del pubblico. Addirittura in Sudafrica si parla di attenzione maggiore per donne bianche vittime di violenza, visto che in molti hanno rilevato differenze sostanziali tra il modo in cui i media hanno riferito degli omicidi di Reeva Steenkamp (caso Pistorius) e Zanele Khumalo; due modelle sudafricane, rispettivamente bianche e nere, che erano state assassinate dai loro fidanzati in circostanze quasi identiche.

La “damigella in pericolo”

Insomma i media tenderebbero a concentrarsi sulla figura della “damigella in pericolo”. Tornando all’Italia la questione potrebbe avere un qualche fondamento se si ragiona all’attenzione ricevuta dai diversi casi di nostri connazionali rapiti all’estero negli anni. E’ indubbio che i casi di Giuliana Sgrena, delle due Simona, di Greta e Vanessa fino a quello di Silvia Romano abbiano ricevuto un’impressionante copertura mediatica. E’ evidente che vanno considerati più fattori, anche nelle modalità delle liberazioni, ai periodi, etc, ma è indubbio che le donne vittime di rapimenti tendono a ricevere parecchia attenzione mediatica. Quanti si ricordano di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, ostaggio per quasi un mese nel 2012 dei maosti indiani? A quanti il nome di Francesco Azzarà, cooperante di Emergency rapito nel 2011 in Sud Darfur, dice ancora qualcosa? Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto, cooperante italiano rapito in Pakistan e ucciso da un drone statunitense? La madre in questi giorni ha ricordato il silenzio che fin da subito ha circondato la morte del figlio.

Senza dubbio la questione della copertura mediatica e dei meccanismi della comunicazione è più complessa e non si riduce solo alla dinamica della “damigella scomparsa”. Che però esiste e, almeno agli occhi dei fanatici del politicamente corretto, dovrebbe rappresentare una forma di discriminazione. Eppure la questione non sembra avere le carte in regola per entrare nel dibattito pubblico. Qui i nostri ultras del contrasto alle diseguaglianze e alle discriminazioni sono troppo impegnati a vedere in Silvia Romano “il volto della Madonna”.

Davide Di Stefano

1 commento

  1. I “bianchi” non sono un’etnia, lo sono forse per gli americani che hanno dimenticato le loro origini europee e pensano che la popolazione umana si divida solo in “bianchi” e “neri”. Mi congratulo con Davide Di Stefano che cerca di corrompere la cultura di massa italiana inserendo questo elemento americano in modo subdolo ne Il Primato Nazionale, sono sicuro che i padroni americani apprezzeranno. Mi raccomando, la prossima volta fate un articolo su come sia obsoleto il bidet, o magari il mandolino: meglio la chitarra elettronica del rock’n’roll, nevvero?