Il bombardamento cartaceo è cominciato. Pesante. Difficilmente si fermerà. Almeno per l’intero 2022. Anno pasoliniano. Appunto, è il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (in seguito PPP). Il dispiegamento di bocche da fuoco è possente. Un libro bianco sui processi intentati nel corso del tempo a PPP. L’apprendistato scolastico, universitario e l’insegnamento di PPP. Un alfabeto PPP. Una nuova edizione del romanzo-fiume (non ultimato) Petrolio, curata dall’esperto massimo di PPP, Walter Siti.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2022

È scesa in campo anche l’artiglieria pesante del pasolinismo ufficiale: Dacia Maraini, con Caro Pierpaolo (Neri Pozza), e Renzo Paris con Pasolini e Moravia (Einaudi). Il Corriere della sera, che ospitò i suoi rumorosi «scritti corsari», allega al quotidiano qualche opera di PPP. E persino l’austera Civiltà cattolica non si lascia sfuggire l’occasione: il quindicinale dei gesuiti e PPP. E saggi piccoli e grandi dedicati a poesia, antropologia, letteratura, teatro, cinema, giornalismo di PPP. Senza dimenticare il diluvio di mostre, convegni, incontri, simposi.

Pasolini oltre le ideologie?

Ognuno ha il suo PPP. Di sinistra, estrema o arcobaleno. Di destra, vecchia e nuova. Di centro. Cattolica ciellina o cattolica progressista (un tempo agli estremi, oggi vicinissime). PPP è un pozzo senza fine. In lui si trova tutto. Dalla «migliore gioventù» fascista ammirata dal giovane PPP a Weimar nel 1942 («in Italia – scriveva – s’è venuta maturando una civiltà culturale davvero notevole»), alla «meglio gioventù» sessantottina con la quale prima litigò e poi fece pace. Dal comunismo all’anticomunismo. Dall’antifascismo di maniera all’anti-antifascismo, per poi finire nell’ur-fascismo tinteggiato in tonalità sadiana (Salò). Dall’esaltazione per l’esuberanza della vita alla celebrazione della morte.

PPP realizzò una cinematografica «trilogia della vita» (Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte). Poi, ultimata, immediatamente l’abiurò. PPP scriveva per i giornali comunisti, veterocomunisti, paracomunisti, ma non disdegnò l’incursione in territorio nemico, collaborando, tra il 1959 e il 1960, col missineggiante Reporter (la collezione dei pochi numeri del settimanale si trova alla Nazionale di Firenze, ed è imbrattata dal fango dell’alluvione), dove nel 1960 pubblicò l’elogio di La dolce vita di Federico Fellini, ritenuto un grande film cattolico, mentre stampa vaticana e missina chiedevano il sequestro della pellicola rea di illustrare la «sconcia vita».

Quello che non ti aspetti

Insomma, per arrivare a qualcosa di concreto, dal gigantesco accumulo di carta stampata estraiamo un testo decisamente controcorrente: PPP. Le piccole patrie di Pasolini (La nave di Teseo) di Alessandro Gnocchi. Il saggio ha un pianterreno luminoso e una cantina oscura. Un «testo» e un «sottotesto». Partiamo dall’evidenza. Gnocchi, con scrittura piana e rigore nella documentazione, ci accompagna nei luoghi della formazione di PPP. Da qui le piccole patrie, prima dell’approdo nella capitale: Cremona (1933-1935), Bologna (1937-1942), Casarsa (1943-50), più le appendici nel mantovano e nel lodigiano.

Gnocchi, fortunatamente, non è un esegeta pasoliniano con il paraocchi. È costantemente alla ricerca del dettaglio, dei tanti dettagli, necessari per far luce sulla figura totale. Il suo PPP resta un personaggio geniale quanto controverso. Un intellettuale di riferimento, nel bene come nel male, depurato però da quella insopportabile critica retorica che ha reso quasi sempre indigesto PPP. Il processo al Palazzo, la messa a morte delle lucciole, la dipartita organizzata come opera d’arte, l’omicidio per mano fascista. Come Marx diffidava dei marxisti, PPP avrebbe dovuto invitare a diffidare dei pasoliniani.

Leggi anche: Una massa post-identitaria. Quando Pasolini denunciò il genocidio culturale dell’Italia

Ma fin qui siamo al «testo». Reso esplicito. PPP è un talento poetico puro. Magari di sovente mal impiegato. L’importanza delle riflessioni di Gnocchi sta nel non detto, nell’accennato. Nel «sottotesto». PPP è stato la tradizione. La cultura italiana del suo tempo ha corso a perdifiato verso la modernità. Lui, come sua abitudine, si è aggregato al gruppo dominante. Ha indossato la maglietta dei progressisti. Ma solo per necessità, vanagloria, forse anche debolezza.

L’amore per la tradizione

Pasolini è la tradizione. Volete il vero PPP? Eccolo. È il regista che rilascia un’intervista in La ricotta. Orson Welles risponde alle domande di un giornalista sprovveduto. Cosa vuole esprimere? «Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo». Per farsi meglio capire precisa: «Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore». PPP ha rivelato la…

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1 commento

  1. Leggerò volentieri il Vs. articolo completo su un soggetto che per quanto mi concerne era davvero troppo Peloso, al punto di giocare pesante con i Pelosi veri e pagarne e farne pagare le conseguenze. Salvo prove contrarie, ci mancherebbe… Quattro cenni sul sotto-proletario Pelosi e squallido, “comodo” sottobosco italiota spero di trovarli.

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