Roma, 16 apr – Dopo la pandemia è arrivata la guerra. E tutta l’Europa, con l’Italia in prima fila, si è ritrovata all’improvviso nella sciagurata anticamera della grande crisi sistemica. Per l’Italia, l’inflazione dovuta all’importazione di materie prime – soprattutto fonti energetiche, minerarie e beni alimentari – e anche tecnologiche, ad esempio semiconduttori e apparecchiature elettroniche – porta a previsioni catastrofiche: 180mila imprese a rischio di chiusura e 1,8 milioni di posti di lavoro persi (secondo Censis-Confcommercio); inflazione al 6,7% (Istat); 30 miliardi ritirati dai conti correnti dal gennaio 2022 (ABI). Vediamo allora perché è necessario ricominciare a produrre.

Una crisi sistemica che parte da lontano

In tutto questo sembra piuttosto facile addebitare a una dannata e imprevedibile fonte esterna, ovvero al combinato pandemia-guerra, la causa del disastro economico e sociale. Ma le vere cause hanno radici ben più profonde. La crisi sistemica purtroppo parte da lontano, almeno dagli inizi degli anni 90, ha più volte minato il patrimonio nazionale, si pensi alla crisi del 2008 dalla quale in nostro paese ancora non è uscito, e colpisce ora duramente la base del sistema italiano: energia e alimentare. Quella base dalla quale parte tutto e che ora risulta molto fragile. Quella base che molti anni fa decisero di devolvere in parte al Mercato – in nome del mantra “più mercato e meno stato” e quindi delle privatizzazioni di settori strategici, peraltro in assenza di una classe imprenditoriale strutturata, con la conseguente vendita e svendita del patrimonio industriale italiano – e in parte ai regolamenti e alle direttive dell’Unione europea. La crisi sistemica che ci sta portando sull’orlo del precipizio parte dalla voluta cessione delle sovranità e quindi dall’assenza di politiche industriali, energetiche e agricole e dalla conseguente perdita del controllo di ciò che avviene nel nostro territorio.

Settore agricolo, quanto importiamo dall’estero

Che l’attuale stato di pressione economica e sociale non dipenda solo dal combinato pandemia-guerra è dimostrabile dall’evidenza che la crescita dei prezzi delle materie prime e dei beni tecnologici è certamente precedente al conflitto russo-ucraino. Prendendo ad esempio il settore agricolo, altrettanto importante e strategico rispetto a quello energetico, per il grano duro c’è stato il crollo della produzione nordamericana a seguito della siccità del 2021. Per il frumento tenero, di cui Russia e Ucraina rappresentano il 14% della produzione mondiale, l’andamento dei futures. Per il mais, il settore primario della Cina – che già durante la pandemia da Covid-19 aveva iniziato ad accumulare enormi scorte di grano – è ripartito ad accumulare dopo il disastro scatenato nel 2019 dalla peste suina africana. Inoltre i principali fornitori di cereali per l’Italia sono gli altri Paesi europei, l’Ungheria da sola ci fornisce oltre il 14%, il Canada per il 18%, l’Australia per il7,23%, gli Stati Uniti per il 4,73%. Dai Paesi in guerra importiamo poco: dalla Russia il 2,85% mentre dall’Ucraina appena l’1,44%.

Nel settore alimentare, così come per le fonti fossili, l’Italia risulta particolarmente vulnerabile, per l’alto grado di dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di cereali e fertilizzanti. E così, come per le fonti fossili – dove dal 1990 si è sostanzialmente smesso di estrarre, si sono fatti pochi rigassificatori, si è abbandonato il nucleare e si è passati alle rinnovabili con tecnologie estere e in mezzo al guado burocratico – nel settore alimentare con lo stesso principio si è ridotto il lavoro della terra, si sono abbandonati ettari di terra. La capacità di auto approvvigionamento dell’Italia è andata in pochi anni in caduta libera: nel 2021 era del 36% per il grano tenero (a fronte del 50% nel 2008 ), del 56% per il grano duro (a fronte del 79,3% nel 2008), del 53% per il mais (a fronte dell’82,4% nel 2008).

Ricominciare a produrre

Un problema che si potrebbe risolvere ricominciando semplicemente a produrre: ad esempio l’autosufficienza dell’Italia rispetto al fabbisogno di grano duro e dell’industria di trasformazione, si raggiungerebbe mettendo a coltura circa ulteriori 400.000 ettari. Un’area non enorme, considerando che la superficie agricola totale in Italia è pari a 16,7 milioni di ettari mentre la superficie agricola utilizzata in Italia è pari a quasi 12 milioni e 600mila ettari. Significa che ci sono circa 4 milioni di ettari di terreni aziendali permanentemente non coltivati, ma suscettibili di essere utilizzati a scopi agricoli. C’è da chiedersi come potrebbero tornare coltivabili, visto che se ci sono gli ettari disponibili non è detto che ci siano gli imprenditori agricoli.

L’Italia Agricola è in un dilemma: se continuare a sottostare alle ondivaghe quotazioni dei mercati, comprando di qua e di là, da questo o da quello al miglior prezzo, oppure considerare il settore alimentare come settore strategico, e riprendere quindi il controllo della catena del valore.
Se nel settore agricolo la soluzione sembrerebbe comunque alla portata – con il ritorno alle produzioni nazionali, liberandosi da molti vincoli e certo non in tempi rapidi – per il settore energetico la via è davvero molto più tormentata. Sembra che solo ora il Paese, la classe dirigente, si sia accorta che da tanti e troppi anni si sia in deficit energetico, nonostante i tanti sforzi per le rinnovabili, che tra l’altro si pagano in bolletta negli oneri di sistema. E che gran parte del gas (circa il 40%) viene proprio dalla Russia. Ecco quindi che la stessa classe dirigente che qualche anno fa aveva deciso di interrompere l’estrazione del gas, perché più ecologico, e soprattutto perché era più facile e più conveniente comprare il gas russo che trivellare, ecco quindi la stessa classe dirigente, politica e tecnica, proporre, in un succedersi di cifre più o meno ordinate, piani energetici, con soluzioni possibili e di fantasia. Eccola imbarcarsi in viaggi oltremare alla ricerca di nuove fonti e nuovi accordi. Ecco i no-Tap riscoprire il valore della Tap, anzi proporne il raddoppio; e la riscoperta dell’antica amicizia con l’Algeria e l’Egitto; e facciamo rigassificatori ovunque, costi quel che costi; e compriamo gas liquido americano, costi quel che costi; e speriamo nel ritorno del vecchio caro carbone, che quando serve è anche un po’ ecologico.

Una questione di sovranità

Insomma su un tema così difficile e complicato, come abbiamo anche visto nel recente articolo sull’intricata vicenda del gasdotto EastMed Poseidon, ne parlano un po’ tutti, mancano solo i virologi. La dura realtà è che, nel medio termine, interrompere il flusso di gas russo significherebbe per l’Italia, e per l’Europa, spegnere le luci, socchiudere le fabbriche. Insomma fermarsi ed entrare in una recessione dagli orizzonti imprevedibili. E questo, con buona pace di Biden, non si può ragionevolmente pensare.

Si può invece pensare di realizzare una politica energetica di medio termine – nazionale e continentale – basata sulla sicurezza e sull’indipendenza, e quindi su un corretto mix di rinnovabili, nucleare e gas, per ridurre la dipendenza energetica e tecnologica, in forte controtendenza rispetto alle direzioni, sia pubbliche che private, degli ultimi decenni.  E soprattutto di plasmare la politica energetica per garantire che funzioni per gli italiani, come lavoratori e come famiglie, non semplicemente come consumatori. Si può quindi pensare di riprendere l’energia che ci spetta. Non resta che esercitare con coraggio la nostra volontà e la nostra tenacia.

Gian Piero Joime

 

La tua mail per essere sempre aggiornato

2 Commenti

  1. Per essere autosufficiente bisogna abandonare la UE e i suoi trattati capestro, chi non ricorda le quote latte, e iniziare a demolire d’uficio immobili inutilizzati da anni e rendere la terra all’agricoltura anche se poi credo vi sarebbe carenza di coltivatori.

    Gli unicorni arcobaleno preferiscono stare notoriamente su youtube, twitch et similia a elemosinare donazioni e like piuttosto che lavorare.

Commenta