Roma, 24 apr – Comprai Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, di Giorgio Locchi, nella vecchia sede della Libreria Europa, in via Sebastiano Veniero, a Roma, durante uno dei miei pomeriggi da flâneur universitario. Si trattava di un caotico antro ricco di tesori nascosti, presidiato da Enzo Cipriano, che anche fisicamente contribuiva a dare un tocco tolkieniano a ogni spedizione libraria. Entrando, sulla destra, c’era l’ampio scaffale dedicato a Evola, mentre, a sinistra, un colonnino più stretto raccoglieva i libri di e su Nietzsche. Qui, affogato in mezzo a testi militanti e mainstream sapientemente mescolati, trovai un giorno questo volume dal titolo così impegnativo, di cui non sapevo pressoché nulla. Il rischio di avere a che fare con un’opera soporifera o strambamente originale era forte, ma tentai la sorte. Sarebbe stata una delle letture che avrebbe cambiato il mio modo di pensare (mio e, ciò che è ben più importante, di una pattuglia dispersa ma agguerrita di locchiani militanti).

Quel piccolo capolavoro di Locchi

Unendo radicalità affilata ed erudizione impareggiabile, il confronto serrato con la cultura «ufficiale» e una personalissima visione del mondo, Locchi aveva fatto di quel saggio un piccolo capolavoro dalle caratteristiche pressoché uniche nel panorama delle idee non conformi, dove la coperta sembrava sempre troppo corta: chi era «in ordine» ideologicamente era approssimativo nei riferimenti e chi padroneggiava i grandi dibattiti culturali sembrava sempre più sedotto dalle loro parole d’ordine. Locchi aveva inoltre un ulteriore elemento di fascino, tipico anche di altri autori, come per esempio Martin Heidegger: egli sembrava infatti fornire delle spiegazioni che riposavano su un più ampio e più profondo retroterra filosofico. C’era qualcosa, lo si avvertiva pagina dopo pagina, che restava non detto, quasi una verità troppo grande per poter essere afferrata tutta insieme.

La riedizione di un libro fondamentale

Chi, oggi, prenda in mano Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista nella nuova edizione appena uscita per i tipi di Passaggio al bosco, avrà se non altro la fortuna di non doversi affidare al caso e alla buona sorte, come accade al giovane me in quel pomeriggio alla Libreria Europa. Per quanto ancora largamente sottovalutato, il pensiero di Giorgio Locchi ha infatti nel frattempo incontrato una seconda giovinezza. I suoi scritti sono stati riscoperti, ripubblicati, ristampati. Recentemente, Giovanni Damiano ha dedicato al romano di Parigi la prima monografia che, finalmente, dà la giusta dignità filosofica ai testi locchiani (Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi, Altaforte), dopo che la cultura antifascista già da tempo aveva acceso una spia sull’autore ( cfr. Tradizione, mito, storia, di Francesco Germinario). Insomma, Locchi oggi è entrato nell’arsenale culturale diffuso del mondo non conforme. Si tratta ora di far sì che i giovani soldati politici sappiano cosa farne e come utilizzarlo in battaglia, il che ovviamente è ben altra cosa.

La riedizione di Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista serve esattamente a questo. Definire il contenuto del libro in poche righe non è affatto semplice. Si tratta, in buona sostanza, dell’applicazione a un’epoca data della «teoria aperta della storia», la quale è nel testo spiegata in modo sintetico ma che avrebbe dovuto rappresentare il fulcro di un’opera filosofica ben più vasta e ambiziosa che l’autore non fece mai in tempo a pubblicare (eccolo, il quid inafferrabile che si avvertiva nel libro). La teoria aperta della storia prevede che il divenire sia sempre caratterizzato da un conflitto tra visioni del mondo. Anzi, tra «tendenze», dice Locchi. Quello che si svolge sotto i nostri occhi è il conflitto tra egualitarismo e sovrumanismo. In fase terminale, il primo, contro una tendenza opposta che è invece in fase aurorale. Se l’egualitarismo nasce col cristianesimo, si impone sul paganesimo (un altro conflitto tra tendenze), domina l’Europa per 2000 anni dividendosi in ideologie laiche apparentemente nemiche, come capitalismo e comunismo, e infine trova una sua sintesi nuovamente unitaria (la tecnocrazia liberal-libertaria, ovviamente antifascista), il sovrumanismo nasce con Nietzsche e Wagner, continua con la rivoluzione conservatrice europea e trova una sua prima concretizzazione politica nei fascismi.

Per tracciare un nuovo solco

Il libro di Locchi avrebbe un suo inestimabile valore anche solo come bussola storica e storiografica. Esso ci dà infatti le coordinate per dare una profondità storica ai fascismi, per comprenderne il senso, i valori, la filosofia di fondo. Sottrae quei movimenti alla prosaicità episodica di reazione alla crisi del primo dopoguerra e ce li restituisce come il primo baluginare – imperfetto, forse prematuro – di un nuovo mito storico. Va da sé che una più attenta lettura e comprensione del saggio avrebbe aiutato ad affrontare la cronaca nazionale e internazionale degli ultimi 10 anni – citiamo solo la fase di maggior caos politico – senza illusioni, speranze, entusiasmi, transfert, fughe in avanti o all’indietro, errori tattici e strategici, vere e proprie bestemmie ideologiche e confusionismi valoriali. Avrebbe, soprattutto, potuto ricordare a tutta una nicchia antropologica che si sente confusamente erede di certi fermenti politici e culturali il senso di tutta una Weltanschauung. Ma non è mai troppo tardi. O forse sì. In tal caso, che si liberi il campo dalle rovine e si riparta da Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista per tracciare un nuovo solco primigenio e rifondare la città, con chi c’è e chi ci sarà.

Adriano Scianca

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