Roma, 24 apr – L’Unione europea viaggia spedita verso la sanzione economica e commerciale più consistente e dolorosa che è possibile infliggere alla Federazione russa: l’embargo totale su gas, petrolio e idrocarburi. Materiali che hanno determinato la nostra dipendenza da Mosca, attraverso gli  accordi stipulati dai nostri governi e da quelli di numerose nazioni dell’Ue, che hanno abbandonato l’opportunità di ottenere una sovranità energetica, preferendo legarsi al Cremlino, sottovalutando le ripercussioni e i rischi che tale scelta avrebbe potuto comportare.

Embargo sul gas russo, perché Draghi dovrebbe dire la verità

È probabile che la misura non sia stata ancora annunciata pubblicamente solo per attendere l’esito delle elezioni presidenziali francesi, che non si ha intenzione di compromettere ulteriormente per Emmanuel Macron con un annuncio che determinerebbe una reazione emotiva popolare anche in Francia, nonostante essa sia una delle nazioni europee meno dipendenti dal gas russo. È nella capacità di ogni osservatore, analista o cittadino la possibilità di valutare quella che appare una decisione imminente. L’opinione pubblica si è divisa tra i favorevoli, che ritengono necessario un immediato embargo contro la Russia e chi invece ritiene che non sia sostenibile una tale decisione, data l’impossibilità di poter contare su alternative concrete nell’immediato.

Tuttavia, ciò che in pochi osservano e denunciano è la mancanza di sincerità da parte del nostro esecutivo e, soprattutto, del premier Mario Draghi, che sembrerebbe maggiormente intento a negare le evidenti conseguenze per l’economia italiana dovute alla mancanza di acquisto di gas da Mosca, piuttosto che ragionevolmente impegnato a cercare alternative immediate e preparare gli italiani al prossimo futuro, che rischia di essere caratterizzato da una vera e proprio economia di guerra.

È insopportabile dover subire la consueta retorica moralista e paternalista con cui larga parte dei nostri rappresentanti istituzionali approcciano la popolazione italiana. L’infelice uscita di Draghi sulla scelta da compiere tra “pace e condizionatore acceso” sorvola incomprensibilmente sul vero rischio che corre la nostra nazione: il totale fallimento del proprio comparto produttivo e industriale. Infatti, gli stoccaggi non garantiranno materiale sufficiente per più 3 mesi, mentre le fonti alternative con cui si vorrebbe sostituire il gas russo non potrebbero essere disponibili prima di 18/24 mesi. Un periodo di tempo troppo lungo per immaginare uno stop alla produzione nazionale, già provata e danneggiata dalle scellerate chiusure attuate nel corso della pandemia.

L’effetto Germania e il “fattore giungla”

In Germania i sindacati e l’associazione di categoria locale che svolge il ruolo della nostra Confindustria hanno emanato un comunicato congiunto che avverte l’esecutivo su rischi e conseguenze che avrà l’embargo. Un esempio concreto di come si possa anche sostenere e accettare una sanzione simile, ma solo attraverso la totale conoscenza delle ripercussioni sociali ed economiche che essa comporterebbe. Inoltre, è necessario denunciare l’inaffidabilità delle nazioni africane con cui stiamo provando ad intavolare nuovi accordi economici in ambito energetico. Certo, l’Algeria, l’Angola e nazioni simili hanno pieno interesse a rifornirci di ulteriori materiali per vantaggi economici. Tuttavia, l’aspetto che è sottovalutato dal nostro esecutivo resta quello del “fattore giungla” che contraddistingue la burocrazia europea. Rigida e solerte in merito a sanzioni, misure d’infrazione e richiami contro i singoli stati ma al tempo stesso incapace di attuare una strategia alternativa che convenga alle comunità nazionali.

Con la Germania in difficoltà dobbiamo attenderci uno scavalcamento dell’Italia anche negli accordi stipulati con le nazioni africane, come spesso avvenuto in passato in altri ambiti economici e politici. Non resterebbe che prendere atto della drammaticità del momento e preparare con sincerità gli italiani alle complessità del prossimo futuro. Sarebbe questo il dovere di un premier tecnico, per definizione avulso dalle logiche elettorali che interessano le forze parlamentari. Tuttavia, questa ragionevole possibilità non sembra interessare Mario Draghi, pronto a incolpare chi si dimostrerà restio ad abbassare la temperatura del proprio termostato per il probabile fallimento di ulteriori migliaia di aziende e attività produttive italiane.

Tommaso Alessandro De Filippo

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