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Roma, 4 gen – Le continue, spesso erratiche, misure di confinamento hanno assestato un durissimo colpo all’agrolimentare made in Italy. Al quale non sono bastate le festività, nelle quali comunque il 91% delle famiglie (dato in crescita rispetto agli anni passati) ha scelto di acquistare prodotti del territorio. Cotechini, zamponi e lenticchie della tradizione non hanno insomma – né potevano – invertito una crisi dovuta alla chiusura dei ristoranti. Con il risultato di una perdita secca di oltre 30 miliardi. Sono 43 quelli in meno in termini di acquisti all’ingrosso dei nostri prodotti di punta, solo in minima parte compensati da all’incirca 13 miliardi di maggiori vendite al dettaglio.

Sono numeri drammatici quelli presentati da Coldiretti/Filiera Italia, l’alleanza a tutela delle eccellenza dell’agroalimentare italiano. Meno 50% di fatturato per il settore ittico, un quarto di perdita per quello vitivinicolo. E ancora: -30% il prosciutto di Parma, mentre la mozzarella di bufala è arrivata, nelle settimane più dure della pandemia, a far segnare -60%.

“Stiamo svendendo l’agroalimentare Made in Italy”

“Il vino è stato sicuramente uno dei prodotti più colpiti. Sono i vini di maggior valore ad averne risentito maggiormente considerando che il consumo del vino nella ristorazione rimane concentrato soprattutto a cena quando i ristoranti sono ancora incomprensibilmente chiusi anche nelle regioni gialle, quindi a basso rischio”, spiega all’Agi Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia.

“Il blocco del canale dell’horeca – prosegue – ha lasciato le grandi eccellenze alimentari senza un adeguato canale di valorizzazione. Pensare che sia un bene trovare prodotti di grande qualità sugli scaffali dei discount è un errore, è l’anticamera del fallimento. Stiamo svendendo il Made in Italy“. Una filiera – quella dell’intero comparto agroalimentare – che vale qualcosa come più di 500 miliardi di euro, il 25% del Pil.

“Pensare che alimenti di alto valore aggiunto possano essere svenduti al di fuori del canale della ristorazione, diventando improvvisamente più accessibili, è ovviamente sbagliato. I sottocosto e le promozioni “imposte” in alcuni canali ne mortificano non solo la qualità, ma anche il valore e il lavoro dell’intera filiera – conclude – rendendone insostenibile la produzione”.

Nicola Mattei

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3 Commenti

  1. Provengo anche dal settore alimentare e ho seri dubbi su quello chi ci vogliono propinare, Egregio N.Mattei.
    Mi limito a segnalare che la migliore e particolare produzione italiana finisce perlopiù nell’ export di lusso sulle tavole di lusso di mezzomondo. Al punto che questa produzione manca da tempo sulle nostre tavole.
    La questione è ovviamente che si lucra di più canalizzando diversamente! Anche alla faccia ns.!
    Agli italiani viene proposta una produzione prevalentemente discreta, a peso d’ oro. Nei ristoranti la differenza la fa solo il cuoco, la cucina, perchè i piccoli-medi fornitori anche in questo settore sono stati massacrati e la distribuzione è oramai oltremodo “piattamente” centralizzata. Resta la vendita al dettaglio, sempre troppo cara soprattutto nelle grandi città, manco fosse tutta una fornitura di importazione. Qui dovremmo porci la domanda principe, come mai?! Non è che da tempo viviamo troppo sugli allori di un made in Italy, “sporcato” da pesanti politiche di gross-profit, avvicinandoci pure sempre più pericolosamente con la ns. qualità reale a quella da “discount”? Con tutto il rispetto per i discount che danno da mangiare a tante persone e che in molti paesi stanno salendo di qualità. Per il solito principio dei vasi comunicanti.
    Il sino-virus 19 non, non, non può essere una scusa per tutto!

  2. il crollo del made in Italy agroalimentare è colpa dei dirigenti della Coldiretti, coso sono tutti catto-comunisti.

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