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Taranto, 21 mar – Le mosse di ArcelorMittal continuano ad essere sempre più imprevedibili e spregiudicate. Nelle ultime ore abbiamo avuto l’ennesima conferma. Nel giro di poche ore i vertici della multinazionale indiana annunciano un taglio delle produzioni salvo poi fare marcia indietro. Un inspiegabile dietrofront? Difficile crederci. Vediamo perché.



ArcelorMittal sfida Invitalia

Ieri mattina apprendiamo che: “Am Investco (ArceloMittal Italia) annuncia una riduzione dei suoi livelli di produzione ed un rallentamento temporaneo dei suoi piani di investimento. Le misure saranno in vigore fintanto che Invitalia non adempierà agli impegni presi con l’accordo di investimento”.

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In pratica, la controllata italiana del colosso dell’acciaio accusa l’agenzia governativa guidata da Domenico Arcuri di “non versato la sua quota di capitale e quindi non ha adempiuto agli obblighi previsti dall’accordo”. Va ricordato che Invitalia, il dieci dicembre scorso, si era impegnata a versare un aumento di capitale di 400 milioni entro il 5 febbraio 2021 per entrare nella compagine azionaria di Am Investco.

La notizia ha fatto sobbalzare dalla sedia i sindacati. A stretto giro arriva il comunicato congiunto dei delegati Rsu Fim, Fiom e Uilm in cui si sottolinea che “l’azienda non riesce a programmare la produzione e continua a gestire una fabbrica così complessa tralasciando gli aspetti della sicurezza, dell’ambiente e della manutenzione impiantistica”.

Il passo indietro

Nel primo pomeriggio dello stesso giorno ArcelorMittal chiama i sindacati annunciando la ripartenza di alcuni impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto. Nel dettaglio, specificano i rappresentanti dei lavoratori, “il treno nastri riparte nella giornata del 20 marzo, riprende pure l’acciaieria 1, mentre nelle manutenzioni centrali si ripristina il numero di addetti preesistente. L’azienda- continuano i sindacati- valuta il riavvio di produzione lamiere 2 e del tubificio Erw e la ripresa di alcune attività date in appalto”.

Dunque, abbiamo scherzato? Non proprio. È evidente che è partita qualche telefonata da Roma per far tornare sui suoi passi la multinazionale indiana. La storia dell’inadempienza di Invitalia non regge. Se Domenico Arcuri in questi mesi è stato distratto, anche l’azienda non ha brillato per correttezza. ArcelorMittal ha il braccino corto quado si tratta di saldare i suoi debiti. A febbraio il colosso dell’acciaio non ha versato all’Ilva (che pur essendo in amministrazione straordinaria è proprietaria degli impianti) la rata trimestrale né del canone d’affitto (25 milioni per i mesi di febbraio, marzo ed aprile), né la tratta dei beni esclusi (magazzino e pezzi di ricambio). In questa battaglia i primi a rimetterci sono i lavoratori ed è per questo che i loro rappresentanti hanno fatto sentire la loro voce.

La rabbia dei lavoratori

Le Rsu Fim e Fiom hanno chiesto un incontro di dettaglio per conoscere i futuri assetti di marcia. “Lunedì – hanno annunciato Fim e Fiom – chiederemo all’azienda un focus per obbligarla a rispettare gli impegni assunti con l’appalto e l’attuazione del piano ambientale”.

L’Ugl Metalmeccanici richiama “l’azienda al rispetto degli accordi siglati e alla salvaguardia dei lavoratori e degli impianti”. La stessa sigla sindacale si è fatta sentire nei giorni scorsi denunciando “il silenzio assordante sulla vertenza dell’ex Ilva”. Il segretario nazionale Antonio Spera sottolinea come quella dell’acciaieria di Taranto sia diventata ormai “più che una vertenza, una partita a scacchi a colpi di ricorsi che si rincorrono nelle aule di un tribunale, rimbalzando tra una scadenza ed una sentenza”.

“I tempi per le ipotesi sono scaduti – continua Spera – è venuto il tempo delle certezze sul piano industriale, sul rilancio della più grande acciaieria d’Europa, sull’ambientalizzazione, sulla competitività che lo stabilimento di Taranto merita di recuperare nel mercato della siderurgia. Il nuovo governo deve quindi farsi promotore del più grande progetto green per la produzione di acciaio di qualità, strategico per lo sviluppo della siderurgia e per tutta l’industria del Paese, che ne ha tanto bisogno, rispettando gli accordi e gli impegni presi finora, non solo con le parti sociali ma con tutto il territorio”. Su questa vertenza al momento l’esecutivo guidato da Mario Draghi è riuscito a dare solo un po’ d’ossigeno ai lavoratori tarantini.

Le prime risposte del governo

L’articolo 9 del decreto Sostegni al comma 2 prevede “la continuità del sostegno al reddito in favore dei lavoratori dipendenti dalle imprese del Gruppo Ilva, già previsto per l’anno 2017, anche ai fini della formazione professionale per la gestione delle bonifiche”. Il riferimento al 2017 non è un refuso ma si tratta dell’ennesima proroga.

Tuttavia, bisogna ricordare (come è stato detto) che nel caso dello stabilimento di Taranto lo stato aveva deciso di intervenire. La società guidata da Arcuri aveva raggiunto un accordo con ArcelorMittal per acquisire il 50% dell’azienda che controlla l’ex Ilva. Un’operazione che già dall’inizio mostrava le prime criticità che oggi si sono palesate in tutta la loro gravità. I nodi sono venuti al pettine. C’è, infatti, un problema di assetto societario: non sappiamo chi reggerà il timone della nave fino al 2022 (anno in cui Invitalia dovrebbe possedere il 60% del pacchetto azionario).

A questo punto i lavoratori vogliono capire se prevarrà l’interesse pubblico o quello di ArcelorMittal. Finora il piatto della bilancia pende verso gli indiani. E non basta qualche telefonata da Roma per invertire la rotta.

Salvatore Recupero

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