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grillo eniRoma, 14 mag – “L’Eni ha dato vita a sistema corruttivo di portata internazionale”. Beppe Grillo non ha scelto la via diplomatica per lanciare il suo atto d’accusa, ieri, in occasione dell’assemblea degli azionisti del cane a sei zampe riunitasi presso la sede dell’Eur. Non è la prima volta che Grillo fa la sua comparsata ad un’assise societaria: accadde già nel 2007, quando riuscì ad ottenere le deleghe necessarie per intervenire all’assemblea Telecom e denunciare le malversazioni seguite alla privatizzazione dell’ex monopolista telefonico.



Come allora, anche in questo caso l’intervento è una sassata, una serie di strali rivolti a dirigenza ed ex dirigenza per le scelte compiute negli anni e che, a detta del leader del Movimento 5 stelle, avrebbero “ridotto a un cadavere un pezzo straordinario dell’azienda pubblica”, con il sospetto “che vogliano svendere ai privati”.

Fin qui la protesta, sulla quale Grillo e gli interi gruppi parlamentari M5s si mostrano sempre coriacei. La proposta, invece? La pars costruens? Generica, fin vacua.

Che il ministero dell’Economia abbia in programma di vendere il 4% di Eni in suo possesso non è un mistero. La cessione, della quali si parla da anni ormai, sin dai tempi in cui ministro era Saccomanni, rientra fra quelle programmate per la riduzione del debito pubblico. Si può contestare la validità dell’operazione -che come tutte quelle di privatizzazione nella migliore delle ipotesi non conseguirà l’obiettivo che si pone- ma parlarne come di un piano deciso all’oscuro nelle stanze del potere è decisamente fuori dalla realtà.

In secondo luogo, Grillo manca totalmente di tracciare una via per il rilancio di Eni. L’azienda è in crisi? No, visto che nonostante il consistente calo del prezzo del petrolio i conti reggono. Sta intraprendendo un percorso di riorganizzazione? Da che mondo è mondo, ad ogni cambio di dirigenza i nuovi arrivati tentano sempre di dare la loro visione delle cose. E quella di Descalzi è abbastanza chiara: arretrare dal settore raffinazione, separare -anche tramite scorporo- il settore gas dal petrolio, concentrarsi principalmente (se non esclusivamente) sull’upstream, vale a dire la ricerca e l’estrazione di idrocarburi che tante soddisfazioni ha regalato al gruppo in questi ultimi anni. Il rischio spezzatino c’è, ma allora Grillo non può dire che “Descalzi mi ha convinto”: a che pro parlare a favore delle sorti della società e poi apprezzare chi rischia di spezzarla in più parti?

Diverso il discorso per quanto riguarda invece, Scaroni “oggi alla Rotschild, ha messo in liquidazione questo pezzo di Eni che si chiama Saipem”. In realtà, fin tanto che la gestione era affidata al manager vicentino, sull’integrità di Eni i dubbi erano a zero. Rimase celebre il conflitto con il potente fondo d’investimento Knight Vinke, che chiedeva a gran voce la separazione proprietaria di Snam, ricevendo ad ogni assalto sempre un due di picche. Poi la separazione di fece, ma solo perché imposta obtorto collo dal governo tecnico guidato da Mario Monti. L’affare Saipem deflagrò invece nell’agosto 2013, a meno di un anno dall’uscita di Scaroni dalla società, che sarebbe avvenuta nell’aprile successivo. Il dossier è stato poi ripreso in mano, con più speditezza, dall’attuale dirigenza. A confermarlo è il presidente, Emma Marcegaglia: “Nei tempi e nei modi giusti -ha detto, intervistata da Il Sole 24 Ore- deconsolidare Saipem e farla diventare più autonoma dall’Eni, darebbe più forza a entrambe. Abbiamo annunciato quel progetto e poi lo abbiamo congelato dicendo che avremmo aspettato che il prezzo del petrolio si fosse stabilizzato”.

Non poteva mancare, per il filone legalitario, anche la richiesta di una clausola di onorabilità che -come disposto da norma del governo Letta, ma non recepita negli statuti societari- sancisce la decadenza di amministratori condannati anche solo in primo grado. Questa è una misura che potrebbe davvero spianare la strada alla svendita al miglior offerente, magari a quella stessa People’s Bank of China che sta facendo incetta di partecipazioni in aziende italiane approfittando delle loro difficoltà. Difficoltà che possono nascere anche e soprattutto da inchieste che spesso si risolvono in un nulla di fatto. Così facendo abbiamo già perso Guarguaglini, costretto a lasciare il vertice Finmeccanica per poi essere assolto, con formula piena, dalle accuse mosse nei suoi confronti. E proprio Finmeccanica è il caso più emblematico di realtà industriale che, schiacciata da casi giudiziari, è costretta a fare marcia indietro sui piani industriali, avviando dolorose -per quanto necessarie vista l’assenza del pubblico, ad esempio nel settore trasporti- ristrutturazioni, aiutate dalla rimozione d’imperio dei suoi alti dirigenti.

Corruzione, spezzatino, clausole di onorabilità. Grillo è stato estremamente preciso, individuando tutte le leve azionate in questi anni per tentare l’assalto ad Eni (e non solo). Tre temi da sventolare sull’onda del legalitarismo tanto caro ai grillini e alla loro base elettorale. Tre temi sui quali far convergere l’opinione pubblica, delineando Eni come la nuova fucina di tangenti, malagestione e tutto il male d’Italia. Corruzione, spezzatino, clausole di onorabilità. Alle tre leve da oggi se ne aggiunge una quarta, che si chiama Beppe Grillo.

Filippo Burla



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