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Roma, 21 feb – L’effetto del coronavirus sull’industria dell’auto in Cina sta assumendo dimensioni più che preoccupanti, con il blocco imposto dal governo centrale alla riapertura delle fabbriche nella regione dello Hubei. Nei primi 16 giorni di febbraio – secondo le statistiche della China Passenger Car Association (CPCA) – il calo delle immatricolazioni è stato infatti del 92% e addirittura nella prima settimana il 96% con sole 811 vendite in tutto al Cina. Anche se al momento non esistono dati precisi, gli analisti stimano che il coronavirus farà diminuire le vendite in Cina del 10% nei primi sei mesi del 2020, con un potenziale recupero – decrescita del 5% – sul complesso dei 12 mesi. Per fronteggiare questa situazione, che è evidentemente legata alla impossibilità – o al timore – di recarsi nelle concessionarie, numerose aziende hanno rapidamente attivato nuove piattaforme di vendita online.

L’economia del Sud Est asiatico rischia di collassare

Ma anche il Sud Est asiatico, a causa del legame troppo dipendente dall’economia di Pechino dal punto di vista economico – sta rischiando di collassare. Basti pensare al turismo, che pesa sul pil thailandese per il 22% tra voci dirette e indirette, per il 14% solo quelle dirette. Oltre un quarto dei quasi 40 milioni di presenze straniere sono cinesi (27,6%). Sono state 11 milioni nel 2019. In termini di pil, l’impatto dovrebbe essere pesante, nel caso in cui Bangkok chiudesse le frontiere anche agli stranieri che siano stati di recente in Cina, seguendo quanto stiano facendo già altri governi.

E la Thailandia esporta complessivamente per circa il 50% del pil, con la Cina ad incidere per circa un quinto e l’Asia nel suo complesso per oltre il 55%. Dovrà sperare che queste economie reggano al banco di prova, oltre a Pechino anche Giappone, Malaysia, Hong Kong, Indonesia, Filippine, India, Singapore e Corea del Sud. E buona parte delle sue esportazioni è legata alla congiuntura, come i prodotti per ufficio, circuiti integrati, camion e furgoni, gomma, copertoni, componenti per auto, etc.

Thailandia e Giappone le nazioni più esposte

In termini di esposizione al contagio del Covid-19, un’analisi di rischio preliminare dell’università di Southampton ha rivelato che la Thailandia è stata classificata come il paese più esposto, seguita da Giappone e da Hong Kong. L’Ufficio del Consiglio nazionale per lo sviluppo economico e sociale della Thailandia (Nesdc) ha annunciato che l’economia del Paese è cresciuta soltanto del 2,4 per cento nel 2019, il dato peggiore dal 2014. Per quest’anno la Nesdc prevede una ulteriore decelerazione dell’economia, a causa dei danni al turismo e al commercio causati dall’epidemia del nuovo coronavirus Covid-19 e dei ritardi nell’approvazione della legge di bilancio.

Fra i paesi vicini, anche il Giappone sembra risentire maggiormente dell’effetto coronavirus, soprattutto in settori quali la manifattura e il turismo. Alcuni economisti parlano di un secondo trimestre di crescita negativa che farebbe scivolare il Paese in uno stato di recessione tecnica: un peggioramento della domanda domestica in Cina potrebbe causare un duro colpo alle esportazioni e alle attività manifatturiere del Giappone. Dopo la Cina, il Sol Levante detiene il più alto numero di casi di contagi da coronavirus in Asia: 250 persone positive al virus e fra queste anche una vittima, l’unica in Giappone. I contagiati si trovano perlopiù a bordo della nave da crociera Diamond Princess, in quarantena al largo di Yokohama.

Rallenta l’economia di Vietnam e Filippine

Situazione che interessa soprattutto il Vietnam che rappresenta l’unico paese asiatico dopo la Cina in cui si è proceduto all’isolamento di una comunità di 10 mila persone, per prevenire il rischio di propagazione del nuovo ceppo di coronavirus. Fra i settori dell’economia vietnamita più colpiti dall’epidemia figurano il turismo, i trasporti, l’elettronica, l’agricoltura e le assicurazioni. Il governo di Hanoi prevede che i danni causati dall’epidemia all’economia regionale impediranno al Paese di conseguire l’obiettivo di crescita annua del 6,8 per cento. Il ministero della Pianificazione prevede che l’economia vietnamita crescerà del 6,25 per cento quest’anno, a patto che l’epidemia venga contenuta entro il primo trimestre; se invece l’epidemia verrà contenuta nel secondo trimestre, la crescita sarà del 5,95 per cento.

Anche le Filippine rischiano di decelerare la loro economia in modo grave. Considerando la prossimità a Pechino e la notevole presenza di lavoratori e turisti cinesi, da un punto di vista medico le Filippine stanno affrontando il pericolo del contagio nel migliore dei modi. Il governo Duterte messo in campo diverse misure preventive, tra cui la limitazione degli spostamenti, la chiusura delle tratte verso la Cina e la sospensione dei visti per i cittadini cinesi, la chiusura di scuole e università. La situazione è sicuramente più rischiosa da una prospettiva economica, e secondo la Banca centrale delle Filippine l’impatto del coronavirus potrebbe tradursi in un rallentamento per l’economia filippina nel 2020. L’economista Ruben Carlo Asuncion ha stimato che l’epidemia potrebbe causare perdite per 600 milioni di dollari, lasciando sul tavolo uno 0,8% di crescita attesa. Tale ipotesi non rappresenta certo una sorpresa dato che la Repubblica Popolare Cinese è il principale partner del Paese, incidendo per il 18,8% della bilancia commerciale filippina. Inoltre, circa il 23% delle esportazioni filippine si muove in direzione di Pechino e il 20% delle importazioni arrivano dalla Cina.

Uno dei settori maggiormente colpiti è sicuramente quello del turismo e dell’hospitality, tra i principali volani dell’economia filippina. Nel 2019 circa 1,5 milioni di turisti cinesi ha visitato l’arcipelago e il ministero del Turismo ha espresso la volontà di raggiungere i 4 milioni entro il 2022. Ovviamente il coronavirus ha cambiato prospettive e aspettative, bruciando gli ingenti introiti generati dal capodanno e mettendo in stand-by ulteriori arrivi.

Emanuele Fusi

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