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Roma, 20 – Voltata finale per il Dl sostegno, approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri. Si tratta del primo decreto del governo Draghi in aiuto alle attività colpite dai (continui) lockdown. 32 miliardi il valore complessivo delle misure, come da scostamento di bilancio licenziato dal parlamento lo scorso gennaio. Basteranno? L’impressione che si ricava scorrendo le misure propende per la risposta negativa.



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Blocco dei licenziamenti e “pace fiscale”

Fra i 32 miliardi del Dl sostegno spuntano 3 miliardi per la cassa integrazione e altrettanti per gli enti locali. 5 quelli destinati al piano vaccinale, mentre con un miliardo si rifinanziano reddito di cittadinanza e reddito di emergenza per i mesi di marzo, aprile e maggio. 700 i milioni per il comparto della montagna, che non ha di fatto mai visto aprirsi la stagione invernale.

Trovata la quadra sia sul blocco dei licenziamenti che per le cartelle esattoriali, due punti sui quali si erano registrate le maggiori divergenze tra le diverse anime della variegata maggioranza. Per il primo si proseguirà fino al 30 giugno, poi si cambierà registro. Come, non è ancora dato sapere. In merito invece alle seconde, il punto di caduta è stato trovato sulla cancellazione delle pendenze con il fisco (non superiori ai 5mila euro e comunque solo per chi ha redditi inferiori a 30mila euro) per gli anni che vanno dal 2000 al 2010.

Partite Iva e imprese al centro

La parte del leone la fanno le partite Iva e le imprese. A loro sono destinati i maggiori importanti stanziamenti – più di 11 miliardi – del Dl sostegno. Il rischio, tuttavia, è che si traduca in poco più che una piccola estensione delle (scarse) mancette sin qui erogate.

Il limite è ridotto dal precedente 33 al 30%: tale dev’essere la perdita di ricavi del 2020 (rispetto al 2019) per poter accedere ai contributi a fondo perduto. Messi finalmente da parte i codici Ateco con tutte le loro problematiche, stando alle simulazioni dovrebbero essere ristorate circa 5,5 milioni di attività. Unico limite il fatturato, che non dovrà essere superiore ai 10 milioni. Al di sotto della soglia si individuano cinque diversi scaglioni, sulla base dei quali, con criterio progressivo, verranno erogati gli aiuti. Si va da un massimo del 60% fino a 100mila euro di fatturato ad un minimo del 20% per chi si colloca(va) tra i 5 e i 10 milioni.

I ristori del Dl sostegno sono insufficienti

Le percentuali non impressionino: si tratta di un aiuto una tantum e, soprattutto, rapportato su mensile. Prendiamo ad esempio un negozio che, su un fatturato 2019 di 75mila euro, ne abbia persi 25mila (il 33%). La perdita media mensile è di poco superiore a 2mila euro, per cui gliene spetteranno 1250. L’Agenzia delle Entrate, da parte sua, ha calcolato in 2mila euro l’assegno medio che verrà staccato. Piuttosto che niente meglio piuttosto, dice la saggezza popolare. Resta il fatto che il suddetto negozio, con questa cifra, a malapena potrà coprire ad esempio l’affitto. Il quale, eccezion fatta per la bontà (che non si può imporre per legge) del locatore, deve comunque essere corrisposto.

Va detto, ad onor del vero, che con il Dl sostegno si è riusciti con un solo decreto a fare più di quanto messo insieme in tante distinte misure all’epoca dei giallofucsia. La certezza di ricevere qualcosa di più sostanzioso in un’unica tranche e non scaglionato sulla base degli umori del governo indubbiamente aiuta. Ma – e torniamo ancora alla saggezza popolare – un multiplo di poco può essere sempre poco. In attesa del decreto da (si dice) 25 miliardi – i 32 attuali sono un’eredità del passato – che dovrebbe vedere la luce il mese prossimo. Lì si vedrà se il governo Draghi incarnerà veramente il “cambio di passo” o se sarà solo una, di poco più generosa, prosecuzione del Conte bis.

Filippo Burla

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