Roma, 17 nov – Negli ultimi anni si sta sviluppando nell’opinione pubblica mondiale un’attenzione sempre più forte ai temi legati all’ecologia e alla cura dell’ambiente. Spesso veicolata in maniera disordinata attraverso facili quanto inattuabili slogan o pigre manifestazione sui social network, la richiesta di una economia sostenibile che vada ad impattare in maniera minore sul nostro pianeta è diventata in ogni caso sempre più pressante.

Per molti la risposta a questa richiesta è data dall’economia circolare. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta e perché, seppure adotti un principio molto condivisibile, la sua realizzazione non è esente da incognite e pericoli che necessitano un approfondimento.

Economia circolare: un’economia che si rigenera da sola

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, una delle più grande fondazioni private al mondo e probabilmente lo sponsor principale di questa teoria, si parla di economia circolare come di un “sistema in cui il valore dei prodotti e dei materiali si mantiene più a lungo possibile, i rifiuti e l’uso delle risorse sono minimizzati e mantenuti nell’economia fino alla fine del ciclo vitale del prodotto, al fine di riutilizzarli più volte e creare ulteriore valore”.

Si tratta di un concetto a suo modo rivoluzionario rispetto al modello produttivo classico basato sullo sfruttamento delle risorse naturali e orientato alla massimizzazione dei profitti tramite la riduzione dei costi di produzione. L’economia circolare è progettata per auto-rigenerarsi, i materiali di origine biologica sono destinati a rientrare nella biosfera mentre i materiali di origine tecnica sono pensati per essere rivalorizzati e rientrare all’interno del ciclo produttivo.

Per arrivare a questo obiettivo la Fondazione ha elencato una serie di criteri che spaziano dalla progettazione ecologica, ovvero dalla possibilità che i prodotti vengano già progettati pensando al riutilizzo, allo sfruttamento di energie rinnovabili.

Le differenze con l’economia lineare

In un mondo ormai definitivamente globalizzato il tradizionale modello di crescita economica si è dimostrato difficilmente sostenibile, il famoso “take, make, dispose” ovvero il processo produttivo che parte dall’estrazione di materie prime, la loro trasformazione in un prodotto che viene utilizzato e alla fine eliminato come rifiuto, sta mostrando tutti i suoi limiti. Basti pensare che secondo il Global Circularity Report, un documento redatto nel 2018 dal World Economic Forum, solo il 9,1% delle materie prime rientra in qualche modo sul mercato, oltre il 90% delle risorse utilizzate non trova quindi ulteriore impiego, ponendo quindi un serio interrogativo riguardo alla durata nel tempo di queste materie le cui riserve non sono ovviamente infinite.

L’economia circolare prova invece ad allungare la vita del prodotto o dei materiali che lo compongono, progettando i prodotti affinchè siano durevoli, riparabili, riutilizzabili, riciclabili e condivisibili.

Tutti, a partire dai politici di ogni schieramento, sembrano entusiasti di questo nuovo approccio e dalle sue promesse di aumentare la crescita economica globale riducendo le emissioni e l’impatto generale sul nostro pianeta.  Ma in realtà come è facile immaginare l’economia circolare non è certo la panacea di tutti i mali del mondo, ed i suoi principi non sono esenti da critiche.

Opportunità globale o semplice modello di business?

Questo modello circolare viene sovente presentato come una soluzione pragmatica e assolutamente vincente che in un colpo solo porterà ad un miglioramento sul clima globale, ad un consumo più consapevole delle risorse, ad una crescita economica sostenibile e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Spesso proprio i colossi industriali e le multinazionali tecnologiche supportano l’economia circolare perché la vedono come un nuovo modo di fare business, l’occasione per creare nuovi mercati e per generare nuovi enormi profitti.

Ma questa visione ignora un semplice dato di fatto, che la crescita economica non può essere infinita e soprattutto che la soluzione dei problemi ecologici e climatici mondiali deve necessariamente passare da un ridimensionamento del potere economico delle grandi multinazionali e non attraverso un loro rafforzamento. Una recente ricerca del Journal of Industrial Ecology dimostra che l’economia circolare se attuata in maniera irresponsabile può portare ad un incremento della produzione e quindi del consumo di beni che potrebbero addirittura annullare i benefici derivanti dall’attuazione di questo modello, portando ad esempio quello che è successo con il carbone. Nel tempo una migliore e più efficiente estrazione del carbone ha portato ad una diminuzione del suo prezzo e quindi ad un aumento della sua domanda, allo stesso modo un uso più attento ed efficiente di altre materie prime potrebbe portare ad una diminuzione del prezzo dei prodotti finiti e quindi ad un aumento del loro consumo, dunque della loro produzione, portando di fatto ad un esaurimento addirittura più veloce delle materie prime e non alla loro conservazione.

Questo tentativo di coniugare benefici economici con benefici ambientali non prende inoltre in considerazione un fattore fondamentale: la sostenibilità sociale. Se da un lato almeno teoricamente l’economia circolare potrebbe portare ad un incremento del lavoro manuale e quindi alla creazione di nuovi posti di lavoro in quanto il riciclo o la trasformazione di alcuni beni e prodotti non possono essere standardizzati, dall’altro non è detto che queste opportunità lavorative siano create a livello locale, è molto facile pensare che invece siano centralizzate in paesi del mondo dove il costo del lavoro è molto basso, aumentando ulteriormente le disuguaglianze.

Le criticità tecniche

Oltre ad alcuni dubbi di natura etica per il raggiungimento di una vera economia circolare vi sono anche dei problemi tecnici.

In molti ritengono che non sia infatti possibile arrivare ad un ciclo che sia circolare al 100%, se in alcuni settori come ad esempio il manifatturiero è possibile pensare a prodotti che vengano usati più a lungo, riutilizzati prima di essere riciclati ed usati nuovamente, in altri settori esistono limiti invalicabili che impediscono che il cerchio si chiuda all’infinito. Ad esempio il riciclo di carta è limitato ad un numero finito di volte in quanto, stante la tecnologia attuale, ad ogni riciclo il numero di impurità aumenta mentre diminuisce la quantità totale di prodotto riciclato. Altri materiali come il mercurio non possono in alcun modo essere riutilizzati o in altri casi il costo del processo è enormemente più alto rispetto al valore del materiale recuperato, rendendolo di fatto inefficiente e quindi non utilizzabile.

Senza contare che nella selezione dei materiali per la produzione di beni, i principi dell’economia circolare potrebbero escludere quelli non totalmente riciclabili, ma questi potrebbero comunque avere delle caratteristiche come una maggiore leggerezza o una maggiore resistenza agli elementi atmosferici, che porterebbero dei benefici all’ambiente maggiori rispetto allo svantaggio della non riciclabilità.

Nonostante le criticità i principi dell’economia circolare sono comunque meritevoli di attenzione, ma per funzionare realmente dovranno essere inseriti in uno sforzo più grande che cerchi di cambiare nel profondo una economia basata sulla ricerca esasperata della crescita, del consumismo irresponsabile, sui profitti generati da enormi aziende che ignorano le esigenze e soprattutto le leggi dei singoli paesi. L’economia circolare funzionerà se sarà rivolta ai bisogni delle persone, e se verranno intrapresi modelli di business più vicine agli interessi di tutti piuttosto che a quelli dei grandi fondi di investimento o degli avventurieri della finanza.

Claudio Freschi

2 Commenti

  1. .. gli avi riciclavano tutto, era un’economia circolare naturale…senza tante chiacchiere…: utilizzavamo rasoi di metallo e lamette, bottiglie in vetro , elettrodomestici che duravano anni e che potevano essere riparati per un prezzo pari a 1/4 del valore dell’oggetto…Tutto era naturalmente riutilizzabile. Non si è inventato nulla di nuovo….

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