Roma, 21 nov –  I governi cambiano ma le vertenze restano. Troppe questioni irrisolte sono state lasciate aperte in questi anni. Si è deciso di non decidere per lasciare la patata bollente a quelli che verranno. E così ora ci troviamo ad avere a che fare con delle vertenze che sono nel frattempo diventate emergenze nazionali. L’elenco sarebbe lungo ma limitiamoci a quelli più clamorosi. I casi che prendiamo in esame sono quattro: Ex Ilva, Tim e rete unica, Ita, Lukoil. L’industria pesante, l’infrastruttura tecnologica, il trasporto aereo e l’energia.

Materie differenti ma accomunati dalla mancanza di una vera politica industriale. Andiamo con ordine.

Taranto e l’acciaio italiano

Il caso Taranto è aperto più che mai. Lo stato è entrato a far parte dell’azionariato (insieme ad Arcelor Mittal) ma non sembra capace di imprimere una svolta. La mano pubblica c’è, ma non si vede. Almeno questo è lo spettacolo a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni. La famiglia indiana continua a farla da padrona come se lo stato non ci fosse.

Il governo appena insidiato se ne reso subito conto. Le ultime decisioni che pesano sull’indotto sono state prese senza coinvolgere in nessun modo il governo. Detto questo resta da capire come impiegare i 2,7 miliardi che servono ad Acciaierie d’Italia (la nuova denominazione dell’Ex Ilva). Al momento è probabile che la somma sia suddivisa in questo modo: un miliardo per l’aumento di capitale, 700 milioni garantiti da Sace e un altro miliardo per il preridotto. L’obiettivo è realizzare, per la prima volta in Italia, un impianto di produzione del “preridotto” (Direct Reduced Iron), il bene intermedio utilizzato per la carica dei forni elettrici per ridurre la produzione di acciaio a ciclo integrato con il carbon-coke. Nelle intenzioni dell’accordo del 2020 l’impianto dovrebbe sorgere proprio a Taranto. Al momento il condizionale è d’obbligo. Vedremo come si confronterà Palazzo Chigi con gli indiani.

Tim e la rete unica

Tim, la maggiore azienda italiana del settore, si presenta fragile all’appuntamento con la storia. In questo momento, infatti, dalle infrastrutture tecnologiche passa lo sviluppo della nazione. Resta aperto il nodo della digitalizzazione indipendentemente da chi farà la rete unica. Queste scelte impatteranno sul futuro di Telecom. Nessuno però ha ancora preso delle decisioni definitive. Si è preferito rimandare per non far saltare il fragile equilibrio basato sul non agire. Anche su questo dossier la Meloni dovrà dire la sua.

Ita e il sogno della compagnia di bandiera

Il caso Ita è lo specchio della nazione. Negli ultimi anni si è distrutto una compagnia che nel bene e nel male aveva rappresentato degnamente l’Italia. Oggi abbiamo una versione tascabile di quella che fu l’Alitalia. I problemi con il personale restano e la nuova creatura non riesce ad essere competitiva sulle tratte internazionali. Siamo al punto che soffre la concorrenza delle Ferrovie dello Stato sulla tratta Roma Milano, ma non solo. A questo si aggiungono i problemi di leadership seguita alle dimissioni di Alfredo Altavilla, con l’arrivo di Antonino Turicchi come presidente del Consiglio di amministrazione.

C’è ancora posto per una compagnia di bandiera o ci stiamo soltanto preparando alla svendita di Ita a qualche compagnia area straniera? Questo al momento non è dato saperlo. Nessuno si è preso la responsabilità di dare una risposta definitiva su questo punto.

Lukoil e la Sicilia

E veniamo all’ultima vertenza. Qui il mantenimento del perimetro occupazionale della Lukoil si intreccia con la geopolitica. A Priolo, in provincia di Siracusa, ci sono 8mila posti di lavoro che dipendono direttamente e indirettamente dal greggio importato da Mosca. Inoltre genera un giro d’affari da 1,1 miliardi annui che rappresenta circa un punto del Pil siciliano.

Se dovesse mancare il prezioso idrocarburo proveniente da Mosca non si bloccherebbe solo una raffineria ma, come già detto, l’intera economia di questa parte d’Italia verrebbe messa in ginocchio. Dal greggio lavorato dall’Isab dipende un sistema petrolchimico che in totale impiega circa 8mila persone. Stiamo parlando del triangolo tra Augusta, Priolo e Siracusa che ormai è stato colonizzato dagli stranieri: oltre all’Isab ci sono l’algerina Sonatrach, che gestisce la raffineria di Augusta, la francese Air Liquide e la sudafricana Sasol. L’unico presidio d’italianità è Eni con Versalis.

Quest’ultima rischia di essere la madre di tutte le vertenze se non si troverà un accordo. Ecco l’ultima patata bollente che è finita in mano al nuovo governo. Riuscirà Giorgia Meloni a mettere in piedi una nuova politica industriale per sbloccare questa e altre vertenze? Chi vivrà, vedrà.

Salvatore Recupero

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