Lussemburgo, 26 ott – Scusate, ci siamo sbagliati. Abbiamo affamato la Grecia, punito l’Italia e messo il cappio intorno al collo di mezza Eurolandia. Ma era tutto per ischerzo: a ben vedere, l’austerità non serve assolutamente a nulla. È questo il messaggio che ci manda tra le righe il tedesco Klaus Regling, direttore del tanto discusso Mes, nonché emissario della Troika. Proprio lui, infatti, ha proposto di recente di rivedere i parametri del famigerato Patto di stabilità, ossia il fondamento stesso dell’austerità imposta da Bruxelles a tutto il Vecchio continente, ora sospeso a causa della pandemia.



Andate a dirlo alla Grecia

Che l’austerità di marca teutonica fosse fallimentare era noto anche ai sassi. Ed era noto anche a Federico Fubini, il vicedirettore del Corriere della Sera che confessò di aver tenuta nascosta la morte di 700 bambini greci per non ingenerare nell’opinione pubblica sentimenti di odio verso l’Unione europea. Proprio Fubini ci ricorda che Regling «è stato uno degli architetti del Patto di stabilità» e quindi – dobbiamo presumere – uno di quegli «esperti» che hanno contribuito ad affossare la Grecia e a foraggiare la «cura Monti» per l’Italia, ossia le misure lacrime e sangue che ancora oggi stiamo pagando.

Come potrebbe cambiare il Patto di stabilità

Ecco, dopo aver provocato danni incalcolabili, questo signore ammette di fatto che l’attuale Patto di stabilità non è più sostenibile (ma lo è mai stato davvero?), e che pertanto va rivisto. Come? Innalzando il rapporto debito/Pil dal 60 al 100%. Dovrebbe così cadere uno dei capisaldi di Maastricht. Questo sì, ma non il tetto del 3% sulla spesa pubblica, anche se il suo inventore ha confessato che si tratta di un parametro del tutto arbitrario. Come spiega Fubini, però, la strada che porta alla revisione del Patto di stabilità è irta di ostacoli: serve nientemeno che l’unanimità dei 27 Stati membri. E sappiamo bene come la pensano in proposito i falchi della novella Lega anseatica, che su queste regole folli e infami ci hanno sempre marciato.

Per l’Italia non cambia nulla

Ad ogni modo, Fubini ci dice anche un’altra cosa: quando la discussione entrerà nel vivo (non prima di giugno), si verrà incontro all’Italia «solo se avrà un governo credibile e potrà vantare un’esecuzione decente del Recovery, altri governi si sentiranno abbastanza sicuri da concedere un allentamento del Patto di stabilità». In sostanza, solo se ci sarà Draghi (o una sua controfigura) e solo se noi italiani ci impegneremo a «fare i compiti a casa». Ovvero scavarci la fossa da soli.

Valerio Benedetti

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