Non solo una battaglia «economica», ma per una libertà che, con la (insussistente) scusa della lotta all’evasione, stanno cercando di toglierci. Da tempo il blog Denarolibero.org segue le vicissitudini della lotta al contante. Ne abbiamo parlato con Il Pedante, uno dei curatori.

Questa intervista è stata pubblicata sul Primato Nazionale di dicembre 2019

I veri motivi della lotta al contante

Partiamo dalle presentazioni: da cosa nasce il progetto «Denaro Libero»?

«L’idea nasce circa un anno fa. Siamo un gruppo di persone impegnate nella critica a un riformismo cieco e furioso che, invece di affrontare i problemi economici e sociali che affliggono i cittadini, mette questi ultimi sotto accusa e va all’attacco dei loro diritti, senza risolvere nulla. Questo pattern, che ha visto l’introduzione di obblighi e adempimenti sempre più asfissianti, è già diffuso in ogni ambito, ma nel caso della lotta al contante prefigura scenari addirittura distopici di controllo totale. Per noi il campanello d’allarme è suonato con l’insistenza – quasi ossessiva, contro ogni logica e senza alcuna base scientifica – con cui da qualche anno si è tornato a battere su questo tasto.

Come spieghiamo nel blog, la moneta elettronica è un servizio utile, spesso indispensabile, che però priva i cittadini della facoltà di disporre effettivamente del proprio denaro in quanto gestito in tutto da terzi. Non c’è bisogno di indovinare ciò che potrebbe accadere in un futuro senza denaro fisico, perché il futuro è già qui: basta chiedere agli amministratori di Wikileaks, o più recentemente di alcuni gruppi politici della destra americana, esclusi dai circuiti di pagamento elettronici e condannati all’inedia finanziaria per la loro attività politica. Lo stesso trattamento potrebbe essere riservato a chiunque, anche ai semplici cittadini, senza considerare ciò che può implicare una schedatura totale dei nostri consumi. Qualcuno suggerisce già di addebitare le cure del servizio sanitario a chi mangia o beve “troppo”, a chi pratica attività “pericolose”, a chi fruisce di terapie “non approvate” ecc. Attraverso i nostri acquisti è possibile tracciare in modo millimetrico i nostri comportamenti, i nostri spostamenti, i nostri gusti, rendendoci così ricattabili. Le possibilità sono infinite e, francamente, inquietanti».

L’idea di imporre limiti alla cartamoneta è una proposta buona per tutte le stagioni, che ciclicamente investe ogni manovra finanziaria con la scusa di recuperare risorse che sfuggirebbero all’erario. Ma davvero esiste una correlazione fra libertà di uso del contante ed evasione fiscale?

«Non esiste alcuna correlazione, come ha ricordato anche un insospettabile Pier Carlo Padoan, mentre era ministro. Né la quantità di contante pare significativamente correlata a criminalità, terrorismo, corruzione ecc. Esistono invece diverse ricerche in cui si conferma che l’evasione – in massima parte dovuta alle manovre elusive dei gruppi multinazionali – è un fenomeno complesso, tra i cui determinanti non spicca certo la propensione all’uso del contante. Ma in fondo basterebbe osservare ciò che è accaduto nel nostro Paese, dove la progressiva limitazione dei pagamenti in cartamoneta non ha prodotto effetti sul livello stimato di infedeltà fiscale. Chi continua a invocare questi nessi è disinformato».

Vista l’inesistenza di questa correlazione ed essendo che la vera elusione ed evasione è spesso alla luce del sole (si pensi ai casi dei paradisi fiscali membri dell’Ue come Olanda, Irlanda e Lussemburgo), allora come si spiega la battaglia contro il contante?

«Questa è la domanda da porsi. Possiamo partire da un dato: che ogni anno, solo in Italia, i costi di commissione fruttano al circuito bancario circa 30 miliardi di euro (stima Cgia Mestre). Se è comprensibile che le banche spingano i propri servizi, restano però opachi i moventi della politica. Recentemente Laura Boldrini ha dichiarato in televisione che “noi dobbiamo sapere chi spende e in che cosa, la carta di credito ce lo fa sapere”. Il che sembra andare molto oltre il problema dell’evasione, e indicare piuttosto una volontà di controllare i cittadini in ogni sfera, anche quando non delinquono».

Dalla Svezia agli Stati Uniti, nel blog riportate i casi di alcune nazioni che sembrano mettere in dubbio i benefici di una società cosiddetta «cashless». C’è quindi la possibilità di non arrendersi al fatalismo di chi vorrebbe il futuro della moneta in formato totalmente elettronico?

«Si può essere fatalisti rispetto alla morte e ad alcuni fenomeni naturali, non alle scelte della collettività. La nostra posizione è che i governi non devono più costringere i cittadini a fare ciò che non vogliono fare, né convincerli a farlo raccontando loro bugie. Le resistenze di cui abbiamo dato notizia sul blog sono ancora troppo caute e minoritarie. Con la moneta elettronica, come con altre tecnologie, ci si dovrà prima o poi comportare come con il cibo: il fatto di averne a disposizione in abbondanza non è un buon motivo per abbuffarsi fino a scoppiare. Ogni cosa va utilizzata quando serve e quanto serve, senza costrizioni. Speriamo che ci si arrivi prima di contare i morti per indigestione».

Filippo Burla

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1 commento

  1. Vorrei sommessamente ricordare che i contanti sono un mezzo di produzione… Se la produzione sarà consona o non consona non dovrebbero essere le banche a deciderlo, considerati anche i disastri che hanno perpetuato in investimenti scellerati, comodamente centralizzati sul potere in vigore, senza alcuna (o poca) volontà, forza e capacità di discernere.

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