Roma, 11 dic – “La nostra storia. I nostri colori”. E’ con queste semplici parole che nel marzo 2019 il Velez Sarsfield, squadra che milita nella Primera División (il massimo campionato argentino), presenta La Vera Italiana, terza maglia ufficiale di quella stagione. Firmata dal marchio torinese Robe di Kappa, la divisa sviluppa un piacevole motivo tricolore. Nel paese che occupa gran parte del Cono Sud su 47 milioni di abitanti si stima infatti che quasi il 65% abbia almeno un antenato proveniente dallo stivale.

E se in passato i nostri connazionali non sono mai riusciti a scalzare lo spagnolo e imporre la madrelingua, lo si deve imputare solamente al basso grado di scolarizzazione ottocentesco. Nel periodo della grande emigrazione in tanti parlavano esclusivamente i dialetti locali. Discorso che cambia totalmente nel momento in cui analizziamo le questioni del pallone: il nostro contributo al nascente calcio argentino fu davvero considerevole.

Velez Sarsfield, la svolta italiana di José Amalfitani

Fondata nel 1910 la squadra intitolata al giurista ricordato per la stesura del Codice Civile dovette affrontare nei primi anni qualche peripezia prima di affermarsi. Dalla difficoltà a reperire le divise da gioco (inizialmente bianche, poi blu) fino all’esclusione dal campionato nazionale. Curioso l’aneddoto che spiega come ai tempi l’acqua per l’utilizzo dello spogliatoio fosse reperita da un vicino mulino a vento. Ma è l’entrata in società di un nutrito gruppo di italiani a segnare la svolta. A partire dai colori sociali.

Se la nuova casacca diventò fino al 1943 una bella camiseta a strisce verticali rosse e verdi – ovviamente intervallate da sottili righe bianche – la figura che più di tutte ha scritto la storia della compagine di Buenos Aires è quella di José Amalfitani. Don Pepe, famiglia calabrese e forza vitale da vendere, ha ricoperto il ruolo di presidente per più di trent’anni. In un calcio ancora lontano dall’essere realtà professionistica, grazie alla sua ferrea volontà ogni giocatore del Velez riuscì a trovare un lavoro che potesse permettere anche l’impegno sportivo. Sua l’intuizione di fornire ai tifosi – per la prima volta nel pallone argentino – una rivista ufficiale. El Fortín de Liniers, l’attuale stadio dei biancoblu, porta oggi il suo nome. Per onorare la data della sua dipartita l’AFA (la Federcalcio argentina) ha istituito la “giornata del dirigente sportivo”.

Carlos Bianchi: vicerè dell’area di rigore, maestro della panchina

Sul terreno di gioco invece a fare grande il Velez Sarsfield ci ha pensato Carlos Bianchi, un altro italiano d’Argentina. Prima nelle aree di rigore – con oltre duecento reti è il miglior marcatore della storia biancoblu – poi sulla panchina del “fortino”. Campione d’Argentina nel 1968 con gli scarpini nei piedi, l’ex tecnico della Roma ha vinto la classifica cannonieri tre volte oltreoceano e cinque in terra francese.

Una volta appese al chiodo le suole tacchettate, per Virrey inizia la carriera da allenatore. Esordi in Francia (Stade Reims, Nizza, Paris FC) e dal 1993 al 1996 il ritorno nella sua Liniers. Alla guida della squadra che lo lanciò da calciatore arriva sul tetto del mondo: tre campionati, una Libertadores, una Coppa Interamericana e – ciliegina sulla torta – l’Intercontinentale contro il grande Milan di Fabio Capello. Al termine del triennio uno sfortunato passaggio nella Roma targata Sensi: tornerà in patria per fare le fortune del Boca Juniors. Il Velez invece, conclusi i ruggenti anni ‘90, dovrà aspettare il 2005 per alzare un trofeo nazionale. Con la conquista della Primera División 2012/13 la società dalla profonda anima italiana puntellerà la bacheca con il decimo e ultimo campionato della propria storia.

Marco Battistini

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