Roma, 20 dic – La manovra è stata praticamente riscritta secondo i dettami Ue. Pur di evitare la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, il governo gialloverde, con un maxi-emendamento, ha sforbiciato gran parte dei provvedimenti. Ma soprattutto intende fare cassa sulla pelle degli italiani.
Vediamo quali sono le principali modifiche alla legge di Bilancio ora in esame al Senato.
Il meccanismo di quota 100 per superare la legge Fornero sul fronte pensioni (misura-bandiera della Lega) sarà definito con un decreto legge da approvare all’inizio di gennaio dopo il via libera alla legge di Bilancio. Nella stessa manovra, tuttavia, ci sono i soldi necessari per far partire la riforma. Anche se dopo la revisione al ribasso del rapporto fra deficit e Pil ci sono meno risorse: circa 4 miliardi per il 2019, 8 nel 2020, 7 nel 2021.
Pertanto, a partire dal 1° aprile 2019, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, potrà andare in pensione chi ha almeno 62 anni di età e 38 di contributi versati. L’anticipo massimo possibile, rispetto alla pensione naturale che dal 2019 sale a 67 anni, è di cinque anni. Sia chiaro, però: chi utilizzerà quota 100 prenderà comunque un assegno più basso di quello che avrebbe incassato andando in pensione a 67 anni. Ma non ci saranno ulteriori penalizzazioni.
Ci saranno però dei paletti per contenere la spesa, imposti dall’Ue. Accorgimenti – diciamo – per scoraggiare i lavoratori, come quello delle finestre tra quando si va in pensione e quando si prende il primo assegno: da tre a sei mesi. Altro deterrente è il divieto di cumulo: chi userà quota 100 non potrà arrotondare sommando alla pensione redditi da lavoro superiori ai 5 mila euro lordi l’anno. Il divieto avrà una durata uguale agli anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale. Per fare un esempio, chi uscirà a 62 anni non potrà cumulare per cinque anni. Secondo quanto previsto dal governo, il meccanismo dovrebbe essere utilizzato l’anno prossimo da 315 mila persone, l’85% degli aventi diritto.
Per quanto riguarda i tagli alle pensioni d’oro, fortemente voluti dal M5S, dal 2019 riguarderanno quelle sopra i 100 mila euro lordi. Cinque le fasce individuate: tra 100 mila e 130 mila l’aliquota marginale di riduzione sarà del 15%, che salirà al 25% per la fascia 130mila-200mila e ancora al 30% fra 200 mila e 350 mila. Per le pensioni fra i 350 mila e i 500 mila l’asticella sale al 35% e oltre i 500 mila arriverà al 40%. La misura sarà in vigore per cinque anni.
Veniamo ora alla misura-bandiera dei 5 Stelle: il reddito di cittadinanza. Ci sarà e partirà “nei tempi che avevamo previsto”, ossia “dal primo aprile”, come ha annunciato ieri a Porta a Porta il ministro Tria. In verità partirà in ritardo. Sempre per compiacere i commissari Ue.
I dettagli della misura saranno definiti in un decreto legge subito dopo l’approvazione della manovra. Per il 2019 avrà meno risorse dei 9 miliardi annunciati: saranno 7,1, di cui uno per i centri per l’impiego. Ma, come ha ripetuto ieri il premier Giuseppe Conte al Senato, “non si riducono i contenuti né la platea dei destinatari”. Quindi rimangono i 5 milioni di beneficiari potenziali, cioè quegli italiani che secondo l’Istat sono in povertà assoluta, ossia con un reddito annuo al di sotto dei 9 mila euro – e che dal 1° aprile potranno ricevere un sostegno mensile fino a 780 euro. Ne avranno diritto anche più membri della stessa famiglia, l’importante è che ognuno abbia un reddito inferiore alla soglia di povertà relativa. E soprattutto che cerchi un lavoro. Perché obiettivo della misura, sostengono i 5 Stelle, è aiutare chi non ha un’occupazione a reinserirsi nel mercato del lavoro.
Per beneficiare del provvedimento, si dovrà dimostrare di averne davvero bisogno. Il modulo Isee quindi dovrà certificare il reddito sotto i 9 mila euro. Stesso discorso per il conto in banca: se sarà superiore ai 5 mila euro non si avrà diritto al sostegno. Così come non ne usufruirà chi ha una seconda casa o un’auto immatricolata di recente.
Altro dettaglio importante, la proprietà dell’abitazione in cui si vive abbasserà l’assegno a circa 500 euro. Il sostegno dovrebbe durare fino a 18 mesi durante i quali bisognerà frequentare corsi di formazione nei centri per l’impiego (che saranno riformati) e dedicare almeno 8 ore a settimana a lavori di pubblica utilità nel proprio Comune di residenza. Il sostegno viene revocato al terzo rifiuto di un lavoro.
Ora veniamo alle misure “lacrime e sangue” di montiana memoria. Altro che flat tax quindi. Alla fine della fiera pagano sempre i contribuenti. Previsti aumenti dell’Iva per 23 miliardi nel 2020 e circa 29 miliardi sia nel 2021 che nel 2022. Il maxi-emendamento del governo riscrive la clausola: gli aumenti delle aliquote saranno sterilizzati totalmente nel 2019 ma l’aliquota ridotta del 10% aumenterà dal 2020 di 1,5 punti percentuali e l’aliquota ordinaria al 22% salirà di 1,1 punti percentuali nel 2020 e di 2 punti percentuali dal 2021, oltre agli incrementi già disposti nel testo del ddl Bilancio. Sempre nell’ambito delle clausole di salvaguardia, sia chiaro. Soldi che però in qualche modo andranno trovati.
Di fatto, quindi l’aliquota ridotta passerà dal 10 al 13%, l’aliquota ordinaria salirà al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021.
Per effetto della nuova clausola di salvaguardia, che prevede anche aumenti delle accise da 400 milioni l’anno dal 2020, il nuovo obiettivo di gettito sarà pari a 23,07 miliardi nel 2020 e 28,8 miliardi nel 2021 e 2022.
C’ poi una nuova tassa, la cosiddetta web tax, si applica ai soggetti che prestano servizi digitali e che hanno un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni di euro e che hanno anche un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni. L’imposta prevede un’aliquota del 3% sui ricavi e viene versata entro il mese successivo a ciascun trimestre. Con la web tax l’Italia incasserà 150 milioni di euro nel 2019, 600 nel 2020 e altri 600 nel 2021.
Tornando alle pensioni, saranno rivalutate al 100% fino a 1.522 euro (tre volte il trattamento minimo) mentre per gli assegni superiori scatterà una stretta sulla rivalutazione all’inflazione.
Il governo poi conta di incassare 450 milioni di euro nel 2019, altrettanti nel 2020 e pure nel 2021 dall’incremento della tassazione sui giochi.
Adolfo Spezzaferro

1 commento

  1. La Germania è fallita da un pezzo, così come la Francia, quindi perché il conto dobbiamo pagarlo ancore, nuovamente, per l’ennesima volta noi?

Commenta