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Dinamica del volume delle importazioni complessive Usa come frazione del Pil: curva blu – valori complessivi, curva rossa – escluse le importazioni di petrolio

Roma, 3 mar – Per la prima volta dal 1961, la Francia ha perso lo scettro di primo partner commerciale della Germania a favore degli Stati Uniti: un evento simbolico ma importante perché su quel primato si è in qualche modo fondato l’ordine politico europeo seguito al secondo conflitto mondiale. Crepe nel rapporto tra le due potenze europee si sono in realtà manifestati da tempo sia sul piano economico – Francia per la crescita (come non è dato sapere) e Germania per il rigore (sicuramente più saggio) – sia politico in particolare sulla questione immigrazione, con Berlino a porte aperte (oltre un milione di “rifugiati” accolti in pochi mesi) e il governo francese tra i più restrittivi d’Europa con “soli” 24mila ingressi in due anni, oltre a dichiarazioni infuocate forse sotto la pressione dell’incombente Front National. Come si vede, la saggezza ha oscillato equamente tra i due campi.

In ogni caso, nel 2015 e su dati del servizio statistico tedesco (Destatis), tra Berlino e Washington l’interscambio commerciale è schizzato a 173,2 miliardi di euro mentre quello franco-tedesco si è fermato a 170,1 miliardi, con l’Olanda al terzo posto (167,6 miliardi). Sempre gli Usa sono il paese verso cui i tedeschi hanno esportato di più, precisamente beni per 113.9 miliardi contro 103 miliardi in Francia, scivolata al secondo posto anche in questa classifica. In quanto alle importazioni, invece, è dalla Cina che la Germania ha importato di più nel 2015 con beni per 91,5 miliardi, mentre Olanda e Francia arrivano al secondo e terzo posto rispettivamente. È interessante notare come anche l’export italiano verso gli Stati Uniti abbia registrato un consistente aumento: secondo i dati elaborati dal Ministero per gli affari esteri, la crescita nel primo semestre 2015 è stata del 27,5%, attestandosi a 18,2 miliardi di euro, così come le importazioni sono cresciute del 25,3% nel quadro di un attivo commerciale per l’Italia di oltre 10,6 miliardi, portando il nostro paese a scalare due posizioni – fino alla dodicesima – nella classifica dei maggiori partner commerciali con oltreoceano.

In quanto alle ragioni del sorpasso Usa sulla Francia e in generale della salute dell’interscambio dei più avanzati paesi europei con Washington, l’opinione prevalente è efficacemente sintetizzata su La Stampa: “debolezza dell’euro rispetto al dollaro e ripresa americana”. La realtà tuttavia è assai meno netta e sostanzialmente diversa, confermando ancora una volta l’insipienza dei maggiori commentatori economici. Se la relativa debolezza dell’euro rispetto al dollaro si è almeno in parte colmata nella seconda parte dell’anno scorso, la ripresa americana è una bufala talmente scoperta che nessuno in quel paese ci crede davvero, salvo i clienti democratici del clan Clinton: dagli sconfortanti dati sul lavoro – partecipazione alla forza lavoro ai minimi storici, nuova occupazione in prevalenza dequalificata e sottopagata – alla crescita inarrestabile del debito federale, alla diminuzione di lungo periodo dell’incidenza delle retribuzioni – vero motore della domanda – rispetto al prodotto interno lordo.

È proprio sulla dinamica delle importazioni americane che si scopre però l’altra sconfortante faccia della medaglia. Il loro valore complessivo rapportato al Pil, infatti, dopo decenni di aumento, è in costante arretramento almeno a partire dal 2012, anche escludendo la componente petrolio, il cui peso – stante il boom di produzione di idrocarburi di scisto (per altro interrottosi nell’agosto scorso) – è stato tutt’altro che irrilevante. Abbiamo così che mentre aumentano le importazioni di beni di elevata qualità da economie manifatturiere avanzate come Germania e Italia, diminuiscono pesantemente le importazioni di materie prime e prodotti di limitata qualità dai paesi cosiddetti emergenti, in coerenza con il tracollo del volume del commercio mondiale e il baratro del prezzo delle commodity. Questa evidenza parla da sé: da una parte, la delocalizzazione a tappe forzate della manifattura americana, un tempo la più avanzata del mondo, sull’onda della globalizzazione capitalistica, oltre ad aver contribuito a montare una catastrofica minaccia alla stabilità mondiale, ha privato gli Usa non solo dell’esclusività di numerose tecnologie ma anche di milioni di posti di lavoro ad altissima specializzazione, a favore dei paesi di destinazione, paradisi del dumping salariale e ambientale ma inferni di impreparazione e inerzia – riprova ne sia che la Cina, travolta dalla pressione salariale e dal disastro ambientale, appare aver completamente fallito la grande svolta verso il consumo interno. Da questo punto alla necessità di importare beni ad elevato contenuto tecnologico dai principali partner europei il passo è stato brevissimo: altro che ripresa, quindi.

Su un altro piano, come ha fatto efficacemente notare l’economista Gail Tverberg nel suo più recente intervento, il declino del riciclaggio dei petrodollari (è notizia recente la carenza di riserve nella divisa americana perfino negli Emirati Arabi Uniti, oltre che in Nigeria, Egitto e in breve prospettiva in Arabia Saudita) rappresenta il primo chiodo sulla bara della creazione a cuor leggero di debito federale, unico presidio allo sviluppo della domanda interna, proprio in considerazione del regresso delle retribuzioni dei lavoratori non di élite. Quale altra migliore ragione si potrebbe addurre per spiegare la considerevole caduta delle importazioni negli Stati Uniti di materie prime non trasformate, in prevalenza provenienti dai paesi emergenti? È poi ovvio come la debolezza apparentemente irreversibile delle importazioni Usa di prodotti base (cui fa eco quella europea) rappresenti un backfire particolarmente doloroso rispetto agli stessi paesi esportatori di materie prime e merci a basso valore aggiunto, in una spirale che segna di fatto i limiti strutturali della globalizzazione.

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Solnato i più ricchi negli Usa (e non solo) hanno visto i propri introiti aumentare dal 2006, mentre per la classe media è stato un bagno di sangue

È proprio sul versante delle retribuzioni che emerge un altro dato piuttosto impressionante sempre riferito agli Usa ma abbastanza direttamente estendibile ad altre economie avanzate: mentre sull’onda dell’internazionalizzazione delle imprese i compensi erogati ai manager sono aumentati vertiginosamente prima della crisi del 2008 e hanno perfettamente tenuto anche in seguito, tutti gli altri hanno subito un taglio pesantissimo, tanto che dal 2006 a oggi – nella distribuzione dei redditi – soltanto quelli collocati oltre la soglia del 90% sono aumentati, mentre proprio quelli della classe media hanno sofferto una radicale diminuzione.

Una riprova di tanta sofferenza, strettamente associata alle dinamiche commerciali sopra illustrate, utile anche qualora non si intenda prestare fede ai dati oggettivi, proviene infine dagli sviluppi politici in terra americana, dove più che la paura dell’ignoto poté la rabbia e la speranza di cambiamento, in particolare nel campo repubblicano, con l’espressione dei sentimenti dell’america profonda tradotta nel sostanziale plebiscito nelle primarie finora svolte per il candidato apparentemente più anti-sistema – Donald Trump – non a caso osteggiato apertamente e violentemente (in punta di penna e di interviste, almeno per il momento) dall’establishment finanziario afferente ad ambo i maggiori partiti e spesso assai trasversale ai medesimi. Un candidato che promette – qualora vincente nella corsa alla Casa Bianca dell’autunno prossimo – di rescindere i trattati commerciali di libero scambio come il Nafta nord-americano e il Tpp con gli Stati del Pacifico, e di non dare corso al Ttip con l’Europa, quest’ultimo ancora a un punto morto per i pesanti dubbi europei e – forse non a caso in base ai dati sopra esposti – francesi in particolare. A favore invece di un ritorno al protezionismo (impossibile sotto la scure dei medesimi trattati) e alla reindustrializzazione del paese.

Francesco Meneguzzo

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