Roma, 22 nov – Cinquanta centesimi ad azione, con un premio di oltre il 40% rispetto alla chiusura di venerdì scorso. Più di 12 miliardi il valore totale dell’operazione. Queste le cifre messa sul piatto – per ora sotto forma di manifestazione d’interesse definita “amichevole” e non vincolante – dal fondo americano Kkr per acquisire il controllo del 100% di Tim. L’offerta arriva a stretto giro di posta rispetto alle manovre condotte nei giorni scorsi dall’azionista di maggioranza relativa, il gruppo transalpino Vivendi, impegnato a cercare di dare una spallata all’attuale dirigenza. Mossa che potrebbe essere giunta proprio in virtù dell’attivismo del fondo newyorchese.



L’impressione è che la partita sia solo agli esordi. La certezza è che si sono riaperti gli appetiti stranieri sul principale operatore italiano delle telecomunicazioni. Facendo anche registrare un ambiguo silenzio da parte del governo. Vero che Tim è una società quotata, ma è altrettanto vero che lo Stato – tramite Cassa Depositi e Prestiti – ne controlla pur sempre il 9,81%. Una presenza considerevole, per quanto minoritaria (a confronto: Deutsche Telecom è partecipata al 31,9% dal governo tedesco e France Télécom al 27% da quello di Parigi) che ha riportato pochi anni fa il pubblico, dopo che ne era uscito a seguito dell’indegna privatizzazione del 1997 (le cui conseguenze paghiamo ancora oggi), nel consesso degli azionisti rilevanti.

L’importanza strategica della rete Tim

Più che le attività commerciali di Tim, comunque significative in ottica di “filiera” e di integrazione verticale, il tema maggiormente delicato è quello della rete. Parliamo di un’infrastruttura sensibile, anche e soprattutto in chiave di trasformazione digitale, il cui controllo è a dir poco strategico. Basti pensare alla controllata Telecom Italia Sparkle, tra i principali operatori mondiali del settore. Gestisce quasi 600mila km di cavi in fibra ottica ovunque nel mondo, con una presenza importante soprattutto nel Mediterraneo: da essi transitano almeno i tre quarti delle comunicazioni del (fu) Mare nostrum e di quelle che vanno da qui alle americhe.

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Proprio sulla rete, secondo le prime indiscrezioni, l’esecutivo si starebbe muovendo. L’infrastruttura fisica è infatti pienamente assoggettabile alla disciplina del “golden power” che permetterebbe a Palazzo Chigi, anche qualora non volesse interferire con l’intera vicenda (su ciò ci permettiamo di non avere dubbi: il ministero dell’Economia si è già affrettato a definire “l’interesse di questi investitori una notizia positiva”), di mettere quantomeno in sicurezza una risorsa di tale rilevanza.

Filippo Burla

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