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al farrajTripoli, 31 mar – E’ arrivato a Tripoli in barca, ma nessuno lo riconosce come il legittimo premier della Libia prossima ventura secondo i piani occidentali. Più che un profeta in patria Fayez Al Sarraj sembra oggi un clandestino in giacca e cravatta. Al suo arrivo, assieme a sette ministri nominati all’estero, gruppi armati hanno sparato colpi con anti-aeree montate sui pick-up per scoraggiare i presunti sostenitori del governo di unità nazionale, tanto auspicato negli ultimi mesi da Renzi e dagli Stati Uniti. Scontri a fuoco si sarebbero già verificati tra le milizie del capo ribelle Salah Badi e i soldati di Misurata che proteggono il governo di Serraj, il quale ha stabilito la sede provvisoria in una base navale. La strada che collega l’aeroporto di Mitiga verso il centro della città e la Piazza dei Martiri (già Piazza Verde sotto Gheddafi) sono state bloccate dalle milizie di Salah Badi.

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Le premesse per uno scontro militare massiccio ci sono tutte, eppure a sentire le dichiarazioni di Kerry e Gentiloni tutto andrà come da loro preventivato. “Non è il momento per gli ostruzionisti di frenare il progresso – ha detto il Segretario di Stato americano – ma per tutti i libici in tutto il Paese di abbracciare questa opportunità storica per una Libia pacifica e più prospera”. Il ministro degli esteri italiano appare ancor più convinto della strada intrapresa a livello internazionale, priva di fatto del consenso del popolo e delle attuali istituzioni libiche: “E’ un altro passo avanti per la stabilizzazione della Libia. Sulla base della determinazione del premier Serraj e del Consiglio presidenziale sono ora possibili nuovi progressi per il popolo libico. L’Italia è stata sempre in prima linea con numerose iniziative diplomatiche per l’obiettivo della stabilizzazione della Libia”.

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Una stabilizzazione che a giudicare dall’accoglienza ricevuta sembra tutt’altro che scontata, ma Gentiloni vive di speranze: “Auspico che il popolo libico – ha dichiarato il ministro italiano – garantisca al Consiglio di Presidenza e al Governo di Concordia Nazionale il pieno supporto e la massima cooperazione e che le istituzioni politiche e finanziarie collaborino per consentire l’immediato e pacifico trasferimento dei poteri”. Peccato che né in Tripolitania né in Cirenaica, controllata dal generale Khalifa Haftar, comandante delle forze armate di Tobruk, le premesse siano così rosee. L’esecutivo di Tripoli aveva avvertito il neo premier Al Sarraj di non entrare in città. Il leader della ormai ex capitale libica, Khalifa Ghweel, ha proclamato lo stato di emergenza rivolgendosi così al nuovo arrivato: “Al Sarraj ha due opzioni: consegnarsi alle autorità o tornare a Tunisi, è pienamente responsabile del suo ingresso illegale”. Dall’altra parte del paese, il generale Haftar, ospitato a Washington al tempo di Gheddafi e collocato al potere dagli stessi americani con la caduta del Colonnello, di Al Sarraj neppure vuol sentire parlare.

Più che all’unità nazionale questo esecutivo plasmato ad hoc sembra condurre ad un’ulteriore divisione interna della Libia, dove già imperversano decine di milizie armate riconducibili a svariati capi e capetti che rivendicano il potere nelle macroregioni del Fezzan, della Tripolitania e della Cirenaica. Fino a piccoli gruppi che hanno preso il controllo di singole città e all’Isis che continua a minacciare lo stabilimento Eni di Mellitah, da cui parte il gasdotto diretto al terminale di ricevimento di Gela in Sicilia. Viene da chiedersi, ça va sans dire sempre che riesca sul serio ad insediarsi: quanto può durare questo governo di unità nazionale?

Eugenio Palazzini

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