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Milano, 8 apr. – Tutto è cominciato con le cosiddette Primavere Arabe. Fino ad allora, era il 2010, il Medioriente aveva una certa stabilità “non democratica” con Dittatori/Presidenti che rendevano la vita più facile all’Occidente reprimendo i movimenti islamisti e trafficando con gli Stati Uniti. Una situazione non ideale ma accettabile per l’Occidente in un quadrante ad alto rischio stabilità.

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Una situazione di comodo che è venuta a cadere con le manifestazioni di piazza che si sono scatenate in tutto il mondo arabo e che hanno travolto dittatori e Stati. Nel 2011 questo status quo cambia drammaticamente.  A gennaio Zine El-Abidine Ben Ali, padre padrone tunisino è costretto a scappare da Tunisi, a febbraio Hosni Mubarak viene arrestato in Egitto dopo lo scoppio della rivoluzione del 25 gennaio, il 20 ottobre viene ucciso Mu’ammar Gheddafi in Libia e nel febbraio del 2012 Abdullah Saleh deve lasciare lo Yemen. Anche l’Iran viene scosso dalle proteste ma il regime regge.

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A benedire il caos più totale scende in campo il Presidente Usa Obama che in  ìn nome della solita retorica democratica americana sostiene i cambi di regime ma spesso la situazione va fuori controllo. Se in Egitto l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani e il loro governo ha breve durata e la reggenza di Al Sisi stabilizza la situazione, la Libia post Gheddafi va letteralmente fuori controllo. L’unico paese dove il regime resiste alla proteste è la Siria dove Bashar al Assad resta al potere ma si scatena una terribile guerra civile con i gruppi di ribelli presto sostituiti da decine di sigle jihadiste che fanno capo all’Isis che nel paese trova il suo santuario

Nella preoccupazione di tutte le cancellerie mondiali l’unico paese che guarda con soddisfazione il precipitare degli eventi è Israele. Tutti i suoi nemici storici spariscono, come Iraq e Libia, o devono ripiegare sulla difensiva: come la Siria, dissanguata da un conflitto che diventa regionale. Dalla situazione di caos Tel Aviv trae solo vantaggi: può espropriare terre e reprimere i palestinesi senza che nessuno protesti, può assistere all’espansionismo dell’Isis che non rappresenta curiosamente una minaccia diretta, può godersi la guerra civile tra sciti e sunniti, può dare lezioni all’Occidente sul terrorismo islamico che lo flagella.

Per Israele resta solo un grande cruccio: Hezbollah in Libano. I soldati del partito di Dio hanno impartito una durissima lezione all’esercito israeliano durata la tentata invasione dal 2006. Ovviamente la forza di Hezbollah dipende dall’Iran scita. Il ponte tra Beirut e Teheran è rappresentato dalla Siria. Questa la vera ragione per cui Assad “deve” cadere. Ogni scusa è buona. Poco importa che il suo sia l’unico regime che combatte il terrorismo dell’Isis. Se ne deve andare soprattutto adesso che dopo la vittoria di Aleppo il suo regime è tornato forte.

Allora va bene anche una semplice fake news sul gas sarin usato contro i ribelli. A proposito quali? Un assurdo militare per un esercito che sta vincendo sul terreno e che dispone di forza aerea e artiglieria terrestre superiore all’avversario. Un gas, il sarin, già usato dai terroristi in passato e oggi possibile arma della disperazione. Non importa. Serve un escalation. Allora ecco arruolato l’ex sovranista Trump con la sua corte di parenti di origine ebraica e  consiglieri della Goldman and Sachs.

 

 

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