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Roma, 1 mag – Ci voleva un repubblicano “classico” come il senatore John McCain per spiegare l’enigma Donald Trump. Ai microfoni di “State of the Union”, programma domenicale in onda su Cnn, l’esponente conservatore ha voluto rassicurare gli alleati degli americani, spiegando che “a volte è più importante guardare ciò che il presidente fa piuttosto che quello che dice”. Il che la dice lunga sulla differenza tra gli show mediatici dell’inquilino della Casa Bianca, ricchi di vulcaniche dichiarazioni, e la sua prassi effettiva di governo, ben presto “normalizzata”.

In molti hanno parlato di una vittoria del Deep State, ovvero dell’apparato istituzionale che sarebbe ostile alle tesi originali proposte dal primo Trump. McCain ha indirettamente confermato tale versione: “Io dico che Trump è circondato da un eccezionale team di sicurezza nazionale. Non posso garantire ai leader mondiali che il presidente li ascolterà sempre, ma lo ha fatto finora”. Non si poteva dir meglio: esiste quindi il Trump che dice cose: minaccia, promette, illustra, vuole cambiare l’America, vuole rompere con la tradizione. E poi c’è il Trump che fa cose: costui, grazie al suo “eccezionale team di sicurezza nazionale”, è ben presto rientrato nei ranghi.

Del resto c’è chi fa notare che, se Wall Street sta conoscendo un periodo di grazia, è proprio perché il presidente ha smantellato quasi tutto delle promesse della campagna elettorale che gli valsero la Casa Bianca. Come quella sul Nafta, per esempio, l’accordo commerciale che lega Stati Uniti, Messico e Canada. Trump ha imposto un clamoroso cambio di rotta facendo sapere che Washington non uscirà dal North American Free Trade Agreement. La Nato? L’aveva definita “obsoleta”. Oggi dice: “È solo che non sapevo cosa fosse”. Dell’infame cambio di rotta sulla Siria abbiamo già parlato in abbondanza. Insomma: tanto rumore per nulla.

Giorgio Nigra

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