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Roma, 10 ago – Test missilistici, parole incendiarie e continui, ostentati, tentativi di apparire una reale minaccia per l’Occidente. Kim Jong-un quando salì al potere nel 2012 sembrava poco più di un ragazzino cicciotello, un pacioccone tutto sommato folkloristico. La morte del ben più accigliato padre, Kim Jong-il, aveva portato gli analisti di mezzo mondo, in particolare statunitensi e sudcoreani, a decretare l’imminente fine del regime comunista di Pyongyang. Dopo il pianto di massa ai funerali del caro leader alcuni prestigiosi media occidentali ipotizzarono addirittura che il figlio non sarebbe succeduto al padre, ritenevano più probabile uno stravolgimento dei vertici della dittatura con un governo affidato a più generali non legati alla famiglia di Kim Jong-il.

Certo è che lo storico isolamento diplomatico e la chiusura totale applicata dai nordcoreani, con notizie che trapelano (in modo sempre poco affidabile) unicamente dall’agenzia di stampa ufficiale Kcna, non hanno mai contribuito a far luce sulle dinamiche interne di un Paese che sembra da decenni immune alle influenze esterne. L’errore più grave è stato però la sottovalutazione dell’attuale leader di Pyongyang che in cinque anni ha mostrato i muscoli (forse di cera) e si è permesso qualunque tipo di provocazione. Adesso, dopo che l’intelligence americana si è sbilanciata nel sostenere che la tecnologia militare della Corea del Nord ha raggiunto livelli di guardia preoccupanti, non considerandola più una minaccia remota, tutti si chiedono se sul serio potrebbe scatenarsi a breve una guerra se non globale comunque devastante per l’Asia estremo orientale.

Giappone e Corea del Sud si dichiarano ovviamente pronti a tutto pur di contrastare il nemico alle porte, da Washington si susseguono al contrario affermazioni contrastanti. Se Trump, in linea col suo stile in questo senso non dissimile da quello di Kim, promette alla Nord Corea “un fuoco e una furia che il mondo non ha mai visto”, il segretario di Stato Rex Tillerson tenta di stemperare i toni del Presidente. Visitando l’isola di Guam ha infatti detto ai cittadini americani di dormire sonni tranquilli perché non vi è “nessuna minaccia imminente”. Il punto però è proprio questo, se è vero che nessuno crede seriamente che Pyongyang possa scatenare una guerra negli Stati Uniti, non è altrettanto impossibile sulla carta un attacco ai vicini giapponesi e prima ancora sudcoreani. Allo stesso tempo nel Pacifico l’isola di Guam, territorio non incorporato degli Usa dal 1950 ma i cui abitanti hanno cittadinanza statunitense, non appare così lontana dalla portata dei missili di Kim.

E’ quindi il rischio di un conflitto regionale ad essere effettivo, più che una guerra mondiale. Gli effetti sarebbero comunque drammatici ma al momento è forse più realistico credere ad un leader nordcoreano che, per quanto ai più possa apparire pazzo e imprevedibile, alzando l’asticella della minaccia tenta di rompere un isolamento ancora più blindato dalle nuove sanzioni Usa. Si tratta di un gioco rischioso, sul filo invisibile dei confini tra le due coree mai così distanti, che trasuda però maggiore realpolitik di quanto si possa pensare. Al di là di missili e testate nucleari però, c’è un altro tipo di conflitto latente e per certi versi già esistente (dagli attacchi hacker alle sanzioni, dalla guerra tra intelligence agli storici rapimenti di cittadini giapponesi) che rischia di subire un’escalation. Nel 2013 uscì nelle sale cinematografiche americane “Attacco al potere”, regia di Antoine Fuqua, un film che ipotizzava attentati di terroristi nordcoreani a Washington. Siamo probabilmente sul piano della fantascienza, ma considerare soltanto la capacità militare di Pyongyang in termini di guerra tradizionale è un grave errore.

Eugenio Palazzini

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