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Ali Reza Tavassoli con il comandante SoleimaniRoma, 19 Dic. – Se si pensa all’Afganistan si pensa alla guerra. Nessun altro paese al mondo, neanche il devastato Vietnam, evoca nella mente degli occidentali cosi chiaramente scenari di caos e guerriglia. Dall’invasione sovietica dei primi anni ’80 (24 dicembre 1979 -15 febbraio 1989), alla guerra civile che ne seguì, passando per l’insorgenza talebana e l’invasione statunitense, il paese dei papaveri da oppio non ha mai conosciuto la pace. Ancora oggi le autobombe e gli attacchi di questa o quella formazione terroristica insanguinano le strade di Kabul, ancora oggi i manipoli dei contingenti stranieri della forza “di pace” pattugliano le strade o le ambasciate armati fino ai denti. Ma è veramente questo il destino degli afgani? Veramente la storia ha riservato a questa terra fatta di roccia, la missione tragica d’essere la patria del caos?

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In realtà ad oggi l’Afganistan non è più tanto solo nel panorama caotico del vicino e medio oriente, l’Iraq, la Libia, lo Yemen e la Siria gli contendono un poco invidiabile primato di morte e, ad oggi, gli afgani sembrano diretti verso migliori fati rispetto ai loro vicini. Tuttavia anche se la guerra apparentemente ha lasciato le alture afgane c’è una minaccia ancora più grande che devasta i paesi islamici: il terrorismo settario, l’intolleranza wahabita, l’oscurantismo armato di Isis &co. Da tempo chi ha capito che il terrorismo, come una tempesta di sabbia, non si ferma difronte ad un confine geografico, è intervenuto sui teatri operativi dei vari fronti aperti per arginarlo. Palese il caso siriano, in cui si è delineata, via via che gli anni di guerra passavano, una “alleanza programmatica” anti terrorismo che va dagli specnaz russi ai falchi del deserto siriani, dall’Hezbollah libanese agli irredentisti palestinesi e in cui trovano spazio altre decine di volontari da moltissimi paesi mussulmani fra cui proprio gli Afgani.

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Il fronte di DaraaNei giorni scorsi questa “scelta di coraggio” ha preteso l’ennesimo tributo di sangue privando la coalizione dei “buoni” di un comandante di primissimo piano e di grande esperienza, l’afgano Ali Reza Tavassoli. Il suo nome di battaglia era “Abu Hamed”,e tutti lo ricordano come uno dei più coraggiosi comandanti presenti sul campo di battaglia in Siria. Nella repubblica araba aveva scelto di difendere i luoghi santi, mete millenaria dei pellegrinaggi e della devozione dei fedeli e obiettivo delle autobombe dei terroristi, ed era stato scelto come comandante della Brigata “Fatemiyyun” il corpus che riunisce i combattenti afghani presenti in Siria. Lo scopo primario della Brigata è la difesa del santuario di Zaynab bint Ali, la nipote del Profeta Muhammad anch’essa martirizzata dalla violenza settaria. Tuttavia, negli ultimi anni dato il tragico evolversi della crisi siriana è stata chiamata a combattere in prima linea a Daraa, Aleppo e Palmyra. Nel mese di ottobre 2014, alcuni combattenti sono stati catturati dal Fronte Islamico e a tutt’oggi loro destini sono sconosciuti. Il 7 maggio 2015, l’Iran ha commemorato 49 combattenti del gruppo che sono stati uccisi ma secondo lo Spiegel, almeno 700 membri del gruppo sono stati uccisi in combattimento intorno a Daraa e Aleppo a partire da giugno 2015. Proprio a febbraio del 2015 a Daraa, sud di Damasco, questo coraggioso comandante è diventato martire fronteggiando i  terroristi di “Jabhat al-Nusra” che in quell’area godono anche di misteriosi appoggi logistico-sanitari (e non solo) oltre il confine israeliano. Oltre ad essere un esperto della guerra al terrorismo, Abu Hamed era uno dei comandanti più fidati del Generale Hajj Qassem Soleimani, il comandante delle Forze Quds l’unità speciale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica iraniana responsabile delle operazioni al di fuori del paese che fa rapporto direttamente al supremo capo dell’Iran Ali Khamenei.Mausoleo di Sayyida Zaynab a Damasco

La vita militare di Tavassoli inizia presto, quando gli Stati Uniti tramite l’Iraq di Saddam aggredirono la Repubblica Islamica iraniana, allora quindicenne si recò a combattere nel Kurdistan iraniano e rimase al fronte per tutti gli otto anni della “Sacra Difesa”, come in Iran chiamano la lotta contro l’invasione irachena. Fino alla fine della “Guerra Imposta” combatte spalla a spalla insieme ai suoi fratelli iraniani. Durante l’oppressione del regime Talebano, negli anni novanta, è sepre presente in prima linea nel campo di battaglia in Afghanistan. Di lui un altro combattente del gruppo dei “Difensori dei Luoghi Santi in Siria” racconta: “Lo scorso anno stavo conversando con un mio amico nella nostra tenda nei pressi del mausoleo della Nobile Zainab. Ad un certo punto il mio amico si è interrotto, ha urlato “Salam, comandante coraggioso”, è corso via e ha abbracciato un uomo che era ferito ad un braccio e sembrava un fratello afghano. Lo ha poi portato nella nostra tenda e gli ha offerto del tè. Quella persona umilmente ha bevuto il tè e molto timidamente ci ha salutato e si è recato a visitare il mausoleo della nobile Zainab. Ho quindi chiesto al mio amico di chi si trattasse. “E’ Aghaye Tavassoli, il coraggioso Comandante dei Fatemiyyun”. Per farti comprendere la sua grandezza, è sufficiente dire che durante una missione nella quale più brigate operavano insieme, e tutte tranne quella dei Fatemiyyun erano state sconfitte, hanno chiesto a Hajj Qassem Soleimani se dovevamo continuare a combattere o ritirarci. Hajj Qassem ha dato una risposta interessante. Ha chiesto “C’è Aghaye Tavassoli in questa missione?” Abbiamo risposto di si e che stava dirigendo la brigata Fatemiyyun. Hajj Qassem ha allora detto: ‘Allora continuate a combattere, che insh’Allah avrete la vittoria“.

Un grande uomo che godeva di meritato prestigio e fama guadagnata in una vita di lotta e che ha sempre coltivato l’umiltà dei forti. Un volontario nella guerra all’odio e al terrorismo, un nuovo martire caduto per la civiltà.

Alberto Palladino

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