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scontri multientici in SveziaStoccolma, 28 feb – La presunta gaffe di Donald Trump riguardo alla situazione ormai ingestibile dell’immigrazione di massa in Svezia è ancora fresca nella memoria dei cittadini occidentali. Che poi la gaffe fosse in realtà una fake news ben orchestrata da quei stessi media mainstream che avevano accusato Trump proprio di diffondere “bufale” è a quanto pare un dettaglio per i paladini della verità. In proposito l’ex primo ministro svedese Carl Bildt aveva addirittura affermato: “Ma che si è fumato?”.



Insomma, tutto bene sul fronte occidentale? Assolutamente no. Tant’ che, quando non erano ancora spenti gli echi di quella battuta trumpiana, già la notte successiva si verificò una sommossa stile banlieu parigina in quel di Rinbeky, una borgata di Stoccolma che si è meritata il soprannome di “Little Mogadiscio” per la nutrita presenza di immigrati somali e addirittura di cellule vicine al gruppo jihadista Al-Shabaab. Motivo della rivolta? La polizia stava traendo in arresto uno spacciatore. Risultato? Sassaiola contro le forze dell’ordine, auto bruciate, negozi saccheggiati, un agente ferito. Mica male per una nazione che si vanta di essere una “superpotenza umanitaria”.

In verità, il fuoco incrociato della stampa internazionale contro Trump non era altro che il goffo tentativo di nascondere una realtà drammatica e sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di non ritrarre lo sguardo. Di episodi come quello di Rinbeky se ne contano infatti a decine, sono entrati a far parte della quotidianità dei cittadini svedesi. Ma anche quando non si tratta di rivolte, le cronache locali parlano ogni giorno di furti, taccheggio e stupri ad opera di immigrati e presunti profughi. Per quanto concerne il numero delle violenze sessuali, la Svezia detiene addirittura il primato europeo.

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Malgrado le forze dell’ordine e la stampa nazionale si ostinino – secondo prassi consolidata in tutto il Vecchio continente – a omettere la nazionalità dei colpevoli, il popolo svedese ha presto imparato a riconoscere i crimini degli “ospiti integrati”. Si parla in questo caso di un bollettino veramente allarmante e in continua crescita. In tutto questo, la classe dirigente svedese non ha mai voluto affrontare una riflessione critica della politica della porte aperte e della fattibilità di un’integrazione che gli immigrati non sembrano desiderare. E, mentre i partiti nazionalisti raggiungono secondo i sondaggi il 20%, forse sarebbe il caso di dichiarare definitivamente fallito il tanto decantato “modello svedese”.

Giovanni Coppola  

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