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Seul, 5 mar – Avrebbe dovuto partecipare ad una conferenza sui rapporti tra le due Coree ma ad attenderlo in sala non c’erano solo i fan dell’imperialismo americano in salsa asiatica, infatti alle 7.40 locali (mezzanotte in Italia) pochi attimi prima della riunione l’ambasciatore americano a Seul, Mark Lippert, è stato accoltellato in volto da un attivista pro unione.

Si chiama Kim Ki-jong, ha 55 anni e da anni è impegnato nella causa della Corea unita, ha aspettato il diplomatico Usa e, appena a tiro, lo ha colpito con un coltello lungo 25 centimetri tagliando polsi, mani e quasi di netto la guancia destra dell’ambasciatore su cui sono stati apposti più di ottanta punti di sutura.

I testimoni riferiscono che Kim, balzando da dietro, ha spinto la sua vittima su un tavolino per poi iniziare meglio a colpirlo. Un attacco a dignitari Usa non si era mai verificato nella democratica Corea del Sud da sempre amica di Washington, ma la cosa che fa discutere è che Kim deteneva già il record di essere stato il primo attivista coreano ha compiere un atto ostile nei confronti di una delegazione straniera quando nel luglio del 2010 aveva scagliato pezzi di cemento al’ indirizzo del ambasciatore giapponese Toshinori Shigeie

L’intelligence sudcoreana riferisce che Kim era solito viaggiare in Corea del Nord e che aveva voluto costruire un monumento al defunto “caro leader” nordcoreano Kim Jong-il scomparso nel 2011.

Le motivazioni di questo attacco sarebbero state le manovre congiunte Usa-Sud Corea in partenza a breve lette dall’attivista come una minaccia al nord del paese e un ulteriore ostacolo alla riunificazione della penisola asiatica.

L’ ambasciatore ferito e sotto shock ha ricevuto le telefonate di solidarietà del presidente americano Barack Obama e del presidente sudcoreano Park Geun-hye. Il segretario per gli affari esteri di Seul ha dichiarato che “L’ultimo incidente non è solo un atto di violenza fisica all’ambasciatore degli Usa a Seul, ma anche un attacco all’alleanza tra i due Paesi che non può essere perdonato

Alberto Palladino

 

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